mercoledì 1 dicembre 2021

Quando ci vuole ci vuole??

Basta. Non ne posso più.
Non esistono "schiaffi educativi".
Non si viene su bene grazie agli sculaccioni ricevuti. Si viene su bene NONOSTANTE gli sculaccioni.
Io non ringrazio mia mamma per le due volte che mi ha colpito. Di una ricordo che stava malissimo e aveva chiesto mille volte a me e mio fratello di fare piano perché si sentiva male. Quando è partita una manata dietro la testa ho pensato: "cavolo, la mamma deve stare proprio male", perché non era mai successo. Ricordo benissimo l'angoscia, la paura della seconda volta; il pensiero "questa non è la mia mamma, che succede?" e non ricordo affatto il motivo della rabbia. Questo per dire che quei colpi non mi hanno insegnato niente. Non ho capito cosa avevo fatto di sbagliato, non ho corretto il mio comportamento per quei colpi. Capisco adesso il perché sia successo e non sono arrabbiata con lei, perché so che quello non era il suo modo di fare. Lei stava male, male sul serio e non è riuscita a fare diversamente, dopo averci provato a lungo.
Ma quello che sono, quello che i miei genitori mi hanno trasmesso e insegnato, i valori, l'amore, il saper stare con gli altri, il rispetto per ogni essere vivente e per tutto ciò che ci circonda, non me lo hanno insegnato quei due ceffoni.
Sono stati anni di presenza, affetto, dialogo, ascolto.
E di esempio.
Perché la prima cosa è l'esempio.
Come posso insegnare a mio figlio a non colpire nessuno, se lo colpisco io, per prima?
Con il mio terzo figlio, con cui ho sempre fatto fatica a relazionarmi perché abbiamo due caratteri che male si conciliano, sono arrivata a livelli di esasperazione tali che un giorno - avrà avuto sei anni? Non ricordo - gli ho mollato anche io una manata su una coscia. Lui mi ha guardato sconvolto e mi ha detto, piangendo: "tu dici sempre che non si picchia nessuno e poi mi picchi! Non è giusto!" Che dire? Aveva ragione. Perfettamente ragione. Glielo ho detto e mi sono scusata. E io non stavo male, non avevo la "scusa" di essere fuori controllo dal dolore.
Era solo il bisogno di sfogare la mia rabbia. Non c'era altro. Non è servito a niente. Non ha insegnato a mio figlio quello che volevo (cosa volevo? Non ricordo. Vedete? Immediatamente dopo il gesto, né io né lui ricordavamo cosa era successo. Quindi il colpo non è servito ad "educare"), ha insegnato a mio figlio solo che a volte gli adulti sono incoerenti.

Sono stanca, stufa, del "quando ci vuole ci vuole".
Del "allora lasciagli fare tutto" come se colpire fosse il solo modo per fermare qualcuno (quindi va bene se per fermare una persona che passa col rosso, la prendono a schiaffi? O gli sparano alle gomme? Se per fermare un ladro lo uccidiamo? Se colpiamo il collega che ha sbagliato a realizzare un lavoro?) o insegnare qualcosa (quindi quando un ragazzo sbaglia il compito di matematica o non ha fatto i compiti, l'insegnante può dargli un ceffone? Se io non becco la nota a scuola di canto, la mia insegnante può usare la bacchetta, come ai tempi del libro Cuore?)

Perfino gli animali non si educano con le botte.
Ogni educatore, addestratore serio vi dirà che per insegnare qualcosa al vostro cane, cavallo, gatto... non dovete colpirlo. Che nessun animale si educa con le botte, nemmeno quelle che "non fanno male" (il famoso giornale piegato). Pena, l'avere un animale psicologicamente disturbato. 
Eppure gli animali non capiscono il linguaggio. Non hanno la stessa intelligenza di un bambino. Ma ai bambini, invece, si continuano a dare sculaccioni perché "non capiscono". Ma se non capiscono, come possono capire uno schiaffo? E se invece rispondete che capiscono il perché dello schiaffo, non pensate che sarebbero capaci di capire anche il perché non vogliamo che facciano una certa cosa?
Ma se vediamo qualcuno colpire un cane ci indignamo. Se vediamo colpire un bambino diciamo "se l'è meritata, menomale che i genitori lo educano". E nessuno pensa che possano crescere psicologicamente fragili. I bambini vengono considerati meno degli animali, sembrerebbe...

Ma poi, come dice Antonella Sagone , perché riteniamo lecito colore colpire un bambino, ma solo in una certa fascia di età? Perché non riteniamo corretto, ad esempio, insegnare ad un neonato di otto mesi e non mordere il seno dando uno sculaccione? E perché non colpiamo il ventenne che torna tardi la sera? Perché ci scandalizziamo se vediamo colpire un anziano nella casa di riposo, o una donna dal compagno, ma non se vediamo colpire un bambino? 
E perché, se lo stesso "schiaffo educativo" lo somministra un'insegnante o un estraneo, lo denunciamo, ma se lo facciamo noi va bene? Il gesto è lo stesso e lo scopo pure.
È do questi giorni la notizia del tifoso che ha toccato il sedere ad una giornalista e che ha, giustamente, indignato la maggior parte delle persone. Si è detto che nessuno si può permettere di toccare un'altra persona senza il suo consenso, soprattutto nelle zone più intime. Si è detto che il gesto era da considerarsi violenza. E io sono d'accordo su ognuna di queste affermazioni. Ma allora, perché se toccare il sedere di una donna è violenza, colpire un bambino con lo scopo di fare male (perché se lo sculaccione non facesse male o comunque avesse un effetto di paura o intimidazione o umiliazione, non servirebbe allo scopo) non lo è? Eppure viene colpita sempre la stessa parte e anche con più forza. Ci sono poi le persone che hanno giudicato il gesto come una "goliardata", una cosa da nulla, uno scherzo, qualcosa di normale per un uomo, che hanno perfino fatto la colpa alla giornalista perché col suo abbigliamento "se l'è cercata". Ecco, non sarà che certi pensieri nascono da lontano, da una sculacciata che è considerata normale, non violenza, che il bambino "se l'è cercata"...? 

Perfino Gesù ha affermato, doppio essere stato schiaffeggiato: "se ho parlato male, mostrano dov'è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?" Eppure tanti cristiani continuano a pensare che lo sculaccione o lo schiaffo siano utili...

Vi prego, leggete questo articolo di Antonella https://antonellasagone.it/2021/11/27/leducazione-e-la-violenza-non-sono-compatibili/ e leggete il suo libro "La rivoluzione della tenerezza" e mettiamo fine a questo perpetuarsi di violenza. Non mi pare che "siamo venuti su bene", a giudicare dal mondo che abbiamo costruito (direi più "distrutto").

Dalla pagina del dott. Alberto Ferrando
Ma ai bambini, invece, si continuano a dare sculaccioni perché "non capiscono". Ma se non capiscono, come possono capire uno schiaffo? E se invece rispondete che capiscono il perché dello schiaffo, non pensate che sarebbero capaci di capire anche il perché non vogliamo che facciano una certa cosa?


mercoledì 24 novembre 2021

Tanto cresce lo stesso

Tanto cresce lo stesso”
“L'importante è che stia bene”
“Meglio un biberon di latte artificiale che una mamma stressata”
“Così puoi lasciarlo quando hai bisogno”

Scommetto che ognuna di noi potrebbe aggiungere molte altre sentenze come queste alla lista di ciò che si è sentita dire quando ha avuto difficoltà nell'allattamento.
Capita molto spesso che, quando l'allattamento del nostro bambino non va come avevamo immaginato e sognato, le persone intorno a noi, nel tentativo di farci stare meglio, di essere di aiuto, ci rivolgano queste frasi cercando di convincerci che, in fondo, non è poi così importante. Forse pensano che così anche noi ci convinceremo che non lo sia e, di conseguenza, soffriremo meno.

Ma davvero queste parole ci fanno stare meglio?
Cosa prova una persona quando, confidando a qualcuno il suo problema, si sente rispondere con frasi che lo minimizzano?

Personalmente ritengo che chi si esprime con queste frasi non abbia la percezione di quanto dolore provi una mamma che desidera allattare e si ritrova a non riuscirci; oppure, come spesso ci accade quando cerchiamo di sminuire un problema, si pensa così di far diminuire il dolore Se mi convinco che non era importante, soffrirò meno. Nella mia esperienza, questi non funziona e spesso fa accadere il contrario o perlomeno è inefficace.

Cosa vuole sentirsi dire una mamma che ha problemi ad allattare non ha allattato?
Non gli serve sapere che “tanto crescono bene lo stesso”, che non sono “mamme di serie B”, che il loro bambino le amerà lo stesso ecc... Lo sanno già, ma non è ciò che gli preme.

Loro volevano essere in grado di provvedere al loro bambino, come lo sono state quando era nel pancione.
Volevano quel tipo di maternato.
Avevano un sogno che si è infranto contro una realtà che non si aspettavano.
Adesso vogliono sapere che quello che provano non è sbagliato.
Sapere che non hanno “sbagliato tutto”.
Che è giusto star male quando qualcosa non va come avremmo desiderato.
Che si può superare, certo, ma non nascondendo quello che si prova.

Se incontriamo una mamma che ci confida di avere difficoltà ad allattare, o che ha smesso, dicendo quanto le sarebbe piaciuto farlo serenamente, non va sminuito il suo problema, ma va accolto il suo dolore.
Deve sapere che non è lei ad avere sbagliato. Che non è colpa sua.
Forse questa mamma sta raccontando cosa ha passato solo per sfogarsi, cercare conforto, sostegno.
Anziché cercare di sminuire il suo dolore, dirle che quello che prova è “esagerato”, che non è nulla, o farle sentire che sta sbagliando a stare male per questo, potrebbe aiutarla molto di più sentirsi dire: “deve essere stato davvero difficile; una bruttissima esperienza, per te. Vuoi raccontarmi come ti sei sentita?”
Molto probabilmente questa donna farà uscire il suo dolore, perché si sentirà compresa, accettata e solo allora sarà pronta per affrontare il suo problema e potremo offrire un aiuto concreto come, ad esempio, un incontro con una consulente per l'allattamento, se sta ancora allattando e vuole sapere se e come sia possibile cambiare la sua situazione, oppure parole di conforto se la situazione è ormai passata da tempo.

https://www.pexels.com/it-it/foto/bambino-in-traversina-bianca-sdraiato-sul-letto-6393346/


sabato 20 novembre 2021

Sacra famiglia

Fra poco più di un mese sarà Natale.
Per i cristiani si rinnoverà la festa per la venuta sulla terra di Gesù, figlio di Dio, che ha camminato in mezzo a noi come un uomo qualsiasi, nascendo come un bambino qualsiasi della sua epoca in modo semplice, senza sfarzo, senza ricchezza, rifiutato da chi non ha voluto stringersi un po' per offrire a sua madre un posto caldo e comodo in cui partorire.
Tutto il resto del mondo festeggerà "la festa dei bambini", la "festa dell'amore e della pace", cercando di nascondere il vero significato del Natale.

E tutti, probabilmente, dimenticheranno che Gesù è già nato e morto proprio ieri, sotto il naso della "Europa, culla della civiltà cristiana".
È morto solo, in un bosco, per il freddo, dopo che anche i suoi genitori sono stati trasportati altrove perché gravemente feriti. Aveva un anno, il piccolo Gesù.
Non ha avuto un bue e un asinello per scaldarlo.
Non ha avuto nessun dono dai Magi o dai pastori.
Non ha avuto tempo di crescere e ascoltare i proclami di chi, agitando un rosario, si dichiara cristiano, ma lascia che piccoli e grandi Gesù come lui muoiano di freddo o in fondo al mare. O di chi si dichiara madre e cristiana, ma non si commuove di fronte ad altre madri che vedono i figli sprofondare in fondo al mare.
Tutti staremo a guardare con occhi commossi il "bambinello" deposto nella mangiatoia. Faremo grandi discorsi con me lacrime agli occhi su come il Salvatore del mondo sia nato povero, rifiutato. Ci batteremo il petto e poi andremo a casa a mangiare il panettone.

E intanto Gesù è già nato e morto un mese prima. Nelle vesti di questo bambino.

Nell'indifferenza dei potenti.

Accompagnato da frasi di odio che ho potuto leggere sotto gli articoli che hanno narrato la sua storia.
C'è qualcuno, novello Erode, che si compiace di questa morte.
Qualcuno che dice che la polizia "ha fatto il suo dovere", in difesa "del sacro suolo" del loro paese. Che se lasci passare quel bambino, ne arriveranno altre migliaia. Che sono invasori.
E io mi chiedo se il "proprio dovere" sia gettare acqua gelata su persone che non hanno nulla, con temperature vicine allo zero, sapendo benissimo che questo servirà a farle morire poco a poco.
Mi chiedo cosa ci sia di "sacro" in un prezzo di terra, rispetto ad un altro; dove siano i confini, se non sulle carte disegnate dall'uomo e perché un essere umano nato in un punto diverso della terra non possa calpestare quel suolo. Quale Dio ha stabilito che quel luogo è "sacro" per qualcuno e non per qualcun altro?
E da quando un invasore arriva disarmato, povero, congelato, affamato?
E i nostri governi non sono sempre a lamentarsi della crescita vicina allo zero, della popolazione sempre più vecchia? Allora dove sarebbe il problema di fare arrivare altre persone?

La verità è che siamo tutti attaccati al nostro pezzo di "roba", come nella novella di Verga. Preferiamo morire nella nostra vecchia, chiusa, decadente "Europa cristiana" attaccati alle nostre misere ricchezze gridando "roba mia! Roba mia!" e perdere tutto, piuttosto che condividerle con chi ha bisogno.

Ieri Gesù è morto.
E noi stiamo per addobbare l'albero, costruire il presepio, andare a messa dicendo quanto è bello questo giorno di pace e d'amore.

Foto da https://www.fanpage.it/esteri/abbandonato-sul-confine-tra-polonia-e-bielorussia-bimbo-migrante-di-un-anno-muore-di-freddo/


domenica 24 ottobre 2021

Colori "da femmina" e colori "da maschio"

 Leggo su un post di una persona ben conosciuta per i suoi atteggiamenti omofobi, che sarebbe naturale, istintivo, per le bambine, scegliere il colore rosa come colore preferito. Nei commenti si legge che sarebbe appunto una cosa istintiva, sceglierlo come rappresentativo del proprio sesso per le femmine e che se non lo fai, se non ti piace, significa che non ti senti davvero femmina.

Ora, io sono nata nel '65 e ricordo bene che "ai miei tempi" non c'era affatto tutto questo proliferare di prodotti rosa, vestiti rosa, giocattoli rosa. 
Ogni tanto c'era qualche bambolotto vestito di azzurro (Cicciobello), ma per il resto, come potete vedere da un piccolissimo campionario di pubblicità qui sotto, i colori erano neutri, si usavano tutti indifferentemente. Addirittura il "Dolce forno", destinato in modo particolare alle bambine, era azzurro. I "Fiammiferini" erano presentati senza nemmeno un bambino o bambina, come se fossero quindi indirizzati ad entrambi i sessi. 
La svolta è iniziata dopo gli anni '80, più o meno (almeno così mi sembra di ricordare), quando sempre più prodotti hanno iniziato ad essere colorati di rosa, fucsia e tutte le loro sfumature. Sempre più le Barbie hanno avuto confezioni e accessori di questi colori. Poi sono arrivati tutti i prodotti come Poochie, Hello Kitty, MioMiniPony e compagnia bella e il rosa ha iniziato a dominare. Ovviamente l'abbigliamento si è subito adattato, seguendo la moda. 
Oggi se entro in un negozio di giocattoli o di abbigliamento, dopo un po' inizio ad avere la nausea per questo colore. Sembra che non esista altro. Trovare un prodotto "per bambina" che non sia rosa, pieno di cuoricini, stelline, fiocchetti, gattini sembra impossibile. (E devo dire che anche per quanto riguarda l'abbigliamento da donna non ci si discosta molto, su alcuni capi: detesto il rosa, i cuoricini, gli strass, i brillantini, i fiocchetti e non riesco a trovare un pigiama, un intimo, un paio di scarpe che non abbia almeno uno di questi elementi 😤 Infatti metto i pigiami che ai figli non entrano più 😅. Perfino le scarpe da trekking avevano i laccetti rosa... Perché??)

Ci dicono che sia perché le bambine preferiscono il rosa. Strano, fino a quaranta anni fa le bambine amavano tutti i colori 🤔 Hanno forse avuto qualche mutazione genetica? Adesso nascono con il gene del colore rosa? 
Non sarà invece che fin dalla nascita è l'unico colore che vedono e gli unici giocattoli che ricevono hanno quel colore, quindi lo cercano e lo scelgono come "colore da femmine"? 

Chi ha deciso, ad un certo punto, che quel colore dovesse rappresentare il sesso femminile e che le bambine dovessero avere tutto, dalla tutina taglia zero alla bicicletta, di questo colore e tutte le sue sfumature? Chi ha deciso che un colore non solo rappresenti un certo sesso, ma che debba essere usato solo quello, per tutto ciò che è destinato ad una persona di un determinato sesso? 
E non imporlo espone a qualche rischio? Se vesto la mia bambina di azzurro, la farò diventare lesbica? Oppure vorrà cambiare sesso, da grande? 
Al contrario, i "maschietti" non vengono vestiti solo di azzurro, non hanno giocattoli solo azzurri, celesti o blu, ma hanno vestiti che, oltre all'azzurro, spaziano un altre zone dell'arcobaleno, sempre però restando entro dei limiti, altrimenti non sono "colori da maschio". Quindi niente giallo, arancio o lilla. 
Mentre nei giocattoli prevalgono colori forti, dopo i primi mesi in cui l'azzurro resta comunque predominante, e appaiono colori come rosso, giallo, nero, blu...

Per rafforzare il concetto i negozi sono divisi in reparto da maschi e reparto da femmine. Non vorrai mica che una bambina si metta a giocare con una rispa o con i soldatini? O un maschio - orrore! - con una bambola?

Io davvero sono rattristata nel vedere come ci siano persone che davvero credono che sia inserito nella natura umana scegliere un colore piuttosto che un altro a seconda del sesso di appartenenza, che il gusto per un colore indichi se rientri "nella norma" oppure se te ne discosti e che fare giocare un bambino con una bambola o una bambina con le macchinine possa influire sul loro orientamento sessuale. 
Quelli che parlano così, dicono che i genitori che lasciano liberi i figli di giocare indifferentemente con quello che preferiscono e di vestirsi con i colori che gli pare strano indottrinando i bambini, facendogli credere che non ci sono differenze fra maschio e femmina. E non si rendono conto che sono proprio loro ad "indottrinarli" facendogli credere che se nasci di un certo sesso non puoi giocare con certe cose, non puoi andare certi colori, non puoi vestire in un certo modo, impedendo di fatto ai loro figli di poter esprimere le loro preferenze, di sapere che possono decidere che mestiere fare indipendentemente dal sesso a cui appartengono, di poter decidere se gli piace prendersi cura della casa o respirare lo spazio; se scavare alla ricerca di dinosauri o lavorare in un asilo nido e così via... Perché questi bambini cresceranno pensando che ci sono "cose da maschio e cose da femmina" e magari un maschio che avrebbe tanto voluto fare il maestro, rinuncia perché è un "lavoro da donna" e una femmina rinuncerà a fare la scienziata perché "le donne non sono portate per questo"



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sabato 2 ottobre 2021

Se sei buono, ti tirano le pietre...

Greta Thumberg, Cecilia Strada, Carola Rackete, Gino Strada, Mimmo Lucano e tanti altri, così come anche associazioni come Save the Children, Medici senza frontiere, e così via, sono tutti oggetto, continuamente, di aggressioni verbali di ogni tipo. 

Ogni volta che qualcuno si dedica totalmente a fornire aiuto e accoglienza, che offre solidarietà, che si impegna in qualcosa di utile al pianeta o alle singole persone, ecco che si attira la rabbia o la derisione di qualcuno. E purtroppo mi sembra che il numero di chi deride, diffama, denigra o offende sia in aumento.


Sembra che oggi fare del bene sia un grave reato. 
Ho notato che molte delle persone che hanno questo atteggiamento rabbioso affermano che non sia possibile che qualcuno faccia qualsiasi cosa senza avere un ritorno economico o di immagine. Non si crede più alla solidarietà, all'amore per il prossimo, alla fratellanza universale, al semplice desiderio di giustizia e di pace.
Da dove arriverà tutto questo?
Lavorando con i bambini, con le famiglie, studiando e informandomi come madre e come professionista, Io credo che un grande peso lo abbia l'educazione, il modo in cui cresciamo i figli, ciò che gli insegniamo e gli trasmettiamo con le parole e con l'esempio, modo che creerà dei futuri adulti di un certo tipo e, di conseguenza, una società che rispecchierà quel modello.
Questo pensare che nessuno fa niente per niente non sarà forse figlio dell'educazione fatta di premi e punizioni? "Se non mangi la minestra, niente gelato", "se studi, ti compro la play". Si impara che, per ottenere qualcosa, occorre dare qualcos'altro. E anche l'amore non è più disinteressato, incondizionato: "se fai così, la mamma non ti vuole più bene".
Come, quindi, si può pensare che esistono persone che desiderano così tanto il bene degli altri, che sentono così forte il senso di giustizia e uguaglianza, da spendersi in prima persona senza chiedere nulla in cambio? Impossibile!
C'è poi tutta un'educazione basata sul tenersi stretto tutto ciò che si ha, sul cercare di avere sempre di più e di mostrarlo agli altri per fare vedere che abbiamo di più di loro. Sul volte sempre di più, perché più si ha, più si è e guai a condividere.
Per cui l'idea che ci siano persone che non hanno nulla e che fuggono alla ricerca disperata di qualche briciola della nostra ricchezza ci fa prendere dal panico pensando che questa gente, in qualche modo, ci porterà via ciò che abbiamo conquistato, e che i nostri diritti sono nostri e basta.

E che dire della violenza con cui si scagliano contro una ragazza giovanissima, come Greta, colpevole di non essere come queste persone vogliono che siano i ragazzi? Zitta, a studiare, sottomessa ai genitori, senza nessuna autonomia o capacità di pensiero personale.
Come si permette, questa ragazzina, di accusare gli adulti, di non conformarsi alle regole, di dare lezioni?
Tutta questa rabbia non sarà forse figlia del fatto che questi adulti, da bambini, hanno ricevuto continuamente frasi come "sei troppo piccolo, non puoi capire", "parla solo se interrogato", "tu fai come dico io, perché io sono l'adulto", "Ma cosa ne vuoi sapere tu?", "Se alla tua età mi fossi permesso di rispondere mi sarei beccato un ceffone" e così via...? Quanta rabbia hanno dovuto reprimere, giorno dopo giorno? E questa qui, invece, si permette di accusarli, di dare lezioni, adesso che sono loro, gli adulti? 
Intollerabile, insopportabile.
E non solo.
Queste persone, che con le loro parole e il loro esempio, ci mostrano che un altro mondo è possibile, ci fanno capire che non stiamo facendo nulla. Ci accusano, ci toccano nel nostro vivere quotidiano, nelle nostre scelte, nelle nostre abitudini, ci inchiodano alle nostre responsabilità.
Il nostro mondo sta morendo e io devo fare la mia parte cambiando le mie abitudini e magari rinunciando ad una minima parte del mio benessere? Non se ne parla nemmeno. Quindi la reazione sarà di negazione e ridicolizzazione del problema e di chi lo pone, per dire che non esiste nessun problema, nessuna emergenza.
Ed essendo persone cresciute a premi e punizioni e magari qualche ceffone perché "quando ce vo' ce vo'", non solo hanno un enorme bagaglio di rabbia repressa, ma conoscono anche un solo modello di comportamento: quello violento.
La sofferenza che hanno dentro non la vedono e non la sentono e, anzi, la negano con forza, perché troppo difficile da affrontare. Perché vorrebbe dire mettere in discussione la figura del genitore, dell'adulto che invece gli è stato insegnato a "rispettare" a suon di ceffoni e di "vai in camera tua". Questo farebbe troppo male.


In un mondo in cui cresciamo così, abituati che per avere qualcosa dobbiamo dare qualcos'altro, che per essere amati bisogna aderire all'immagine di noi che ci viene richiesta e non possiamo essere amati incondizionatamente, chi vive considerando gli altri fratelli con gli stessi diritti, chi vive considerando il pianeta la sua casa - l'unica esistente - e che ritiene anche sua responsabilità fare qualcosa per tutti gli esseri che la abitano, senza nessun tornaconto, viene visto come un pazzo visionario e, nella maggior parte dei casi, come qualcuno che certamente ha un secondo fine.
Cresciamo abituati a mentire, per evitare le punizioni. A commettere infrazione alle regole se non c'è nessun controllo e nessuna conseguenza, perché non ci viene insegnato che una cosa si fa o non si fa perché è giusto così, ma solo perché se no saremo puniti. Non ci viene insegnato che tutto ciò che ci circonda è un bene che appartiene a tutti, di cui tutti hanno diritto di godere e che ognuno ha il dovere è la responsabilità di proteggere e preservare.
Ci viene insegnato, invece, che "ci penserà qualcun altro, tu fatti i fatti tuoi". Senza invece insegnarci che "i fatti miei sono anche l'immigrato che scappa dal suo paese, la strada sotto casa da tenere pulita, la moglie del vicino che grida sotto l'ennesima violenza.

E così tutti questi uomini e donne che, attraverso il loro comportamento, ci inchiodano davanti alla realtà, mettono a nudo il nostro egoismo, diventano intollerabili e vanno eliminati.


Del resto, il caso di Gesù è stato un esempio molto chiaro.

(Foto dal web)




lunedì 13 settembre 2021

Il diritto all'amore

Quando ero piccola e fino all'adolescenza, credevo che tutte le famiglie fossero più o meno come la mia, perché le famiglie che frequentavo erano più o meno simili, con genitori che amavano i figli, con i vari membri che andavano più o meno d'accordo, c'era più o meno la stessa libertà ecc... Quindi per me era normale che in una famiglia ci fosse amore, rispetto, qualche litigata, risate... Non concepivo che potesse essere diverso da così.

Crescendo e incontrando altre realtà, altre persone, moltissime famiglie diverse, mi sono resa conto con altre e con angoscia che non sempre è così, che esistono tante famiglie disfunzionali, anaffettive, violente, assenti e così via...

Ho realizzato quanto la nostra storia personale influisca sulla nostra vita da adulti, sul nostro carattere, sulle nostre paure, ansie, scelte. Influisce sicuramente sulla nostra autostima, la sicurezza in noi stessi, il modo in cui viviamo il rapporto di coppia, il tipo di partner che tenderemo a cercare e soprattutto il modo in cui faremo i genitori. 

Provo un grandissimo dolore, al pensiero di tutti i bambini e le bambine cresciute in famiglie così. Bambini non ascoltati, abbandonati, non amati, picchiati, offesi, derisi, umiliati, che hanno dato vita, in seguito, ad adulti con una terribile sete d'amore - che spesso non riescono a soddisfare mai - e che molto più spesso si trasforma nella incapacità di amare, di creare relazioni sane e stabili, nella mancanza di autostima, nell'eterno bisogno di approvazione, nella paura del giudizio... Alcuni diventano adulti sottomessi, inibiti, incapaci di essere assertivi; altri replicano l'unico modello che conoscono e diventano violenti, freddi, distaccati a loro volta, anche con i figli e il\la partner.

Foto da https://www.pexels.com/

So bene che possono esserci momenti o periodi della vita in cui siamo stanche\i, sotto stress, stiamo vivendo un brutto momento e quindi se capita una giornata pesante col nostro bambino, questa fatica va ad aggiungersi al resto e perdiamo il controllo, possiamo finire per perdere la testa e fare o dire anche cose molto brutte, violente. Purtroppo siamo cresciuti in una società che giustifica l'aggressività soprattutto verso i bambini, quindi ci viene quasi spontaneo sfogarci su di loro. Grazie al nostro vissuto, nella nostra mente, abbiamo registrato e interiorizzato centinaia di scene di genitori che sculacciano, urlano, mettono in punizione ecc... per cui il primo istinto è ripetere questi schemi. Ma se accade un episodio come questo si chiede scusa e si ricomincia, sperando di fare meglio in seguito. Non voglio quindi dire che siamo giustificati, così come non lo saremmo se ci sfogassimo sulla nonna o sul partner, ma solo dire che purtroppo può succedere e dobbiamo fare di tutto per non farlo accadere più.

Ma questo è diverso dal basare tutto il nostro "stile genitoriale" sul distacco, l'aggressività. Non riesco a comprendere come si possa considerare nostro\a figlio\a un impiccio, un peso, come si possa apostrofarloo ogni giorno, sistematicamente, con frasi come "sei un cretxxx, non capisci nulla, sei cattivo..." e molto altro... Non capisco come si possa colpire in modo studiato, "programmato": il classico "ora le prendi", che sottintende che il colpo non sarà dovuto ad un momentaneo accesso d'ira che non siano riusciti a controllare, ma sarà dovuto ad un preciso "metodo educativo". La mia mente si blocca, va come in tilt, sono incapace di pensare che davvero si possa fare questo ad un bambino, un bambino che dovremmo avere desiderato, un bambino inerme, che non ha chiesto di essere messo al mondo, che non ha colpe, che non può difendersi, che si fida di noi e che ha solo noi come modello e come rifugio. Se non può fidarsi, affidarsi, essere protetto, sentirsi amato da noi, da chi potrà esserlo? 

È per me davvero difficile comprendere come un genitore senta raramente il desiderio di baciare i propri figli, abbracciarli, stare ad osservarli pensando che siano le persone più meravigliose della terra... Esistono genitori che, davanti al bambino, raccontano di quanto egli li faccia "dannare", di quanto sia "monello", "disubbidiente", che non ha voglia di studiare ecc... E penso alla mia mamma che ci difendeva in pubblico dicendo quanto fosse felice di stare con noi, quanto ci avesse desiderato, quanto eravamo buoni (ricordo una volta un "tutti i bambini sono buoni").

Incontro ovunque persone ferite nell'animo, che non sono mai state amate, desiderate e che adesso cercano l'amore ovunque, come l'acqua nel deserto. E vorrei, io che mi sono sentita sempre amata e desiderata, difesa, apprezzata, che ho sentito chiaramente l'amore dei miei genitori, ho provato la tenerezza dei loro abbracci e non ho mai provato la forza dei loro colpi (mio babbo non mi ha mai sfiorato, mai, nemmeno con lo "schiaffetto". Mia mamma mi ha colpito tre volte in tutta la vita, mentre era in preda di crisi di emicrania pazzesche e quindi fuori di sé), vorrei con tutto il mio cuore poter riversare un po' di quell'amore su quei cuori riarsi dalla sete, dire loro che erano solo bambini e avevano il diritto di essere amati in modo incondizionato e che hanno tutt'ora il diritto di essere amati così come sono. L'amore non si elemosina, non si devono cercare le briciole di un amore sbagliato. Abbiamo tutti il diritto di essere amati di un amore grande e gratuito.

Considerato quanto i nostri primi anni, il modo in cui siamo stati amati - o non amati - influiscono sulla nostra vita da adulti, ho pensato a quale enorme responsabilità abbiano i genitori, i familiari, gli educatori, tutti quelli che lavorano con i bambini. Purtroppo questa consapevolezza è arrivata un po' alla volta, mentre procedeva il mio cammino come madre, come persona, come professionista. Avrei voluto arrivarci prima, per poter essere una persona migliore. Spero solo di non avere fatto troppi danni...

I bambini chiedono solo di essere amati incondizionatamente. Hanno il diritto di essere amati incondizionatamente. E noi abbiamo il loro futuro, nelle nostre mani. Possiamo cercare di impegnarci ogni giorno per farli sentire amati, per farli sentire al sicuro, per accrescere la loro autostima, la fiducia in se stessi e nel mondo, per fare sì che diventino persone empatiche, gentili, disponibili ad aiutare gli altri. Possiamo farlo. Vogliamo provarci?


Celeste ed Andrea


giovedì 2 settembre 2021

Paracapezzoli?

Praticamente ogni giorno sento mamme a cui è stato suggerito l’uso di paracapezzoli per i più svariati motivi, come se questo strumento fosse la soluzione per ogni problema di allattamento. E la cosa peggiore è che a nessuna mamma viene nemmeno detto come sceglierli e come indossarli (sì, nei rari casi in cui sia davvero necessario, occorre che sia della misura corretta per il capezzolo e per la bocca del bambino e che sia indossato correttamente, non appoggiato sul seno e via)

Girovagando per il web, i gruppi Facebook e le farmacie, mi capita di imbattermi nei più disparati modelli di paracapezzolo.

Alcune volte rimango senza parole (o meglio, ne avrei, ma non sono pronunciabili) di fronte alla fantasia di chi inventa alcuni modelli…

Ad esempio:






Dopo queste visioni, mi chiedo sempre come gli inventori di tali oggetti pensino che un bambino possa riuscire ad estrarre il latte dal seno e mi risulta chiaro che queste persone immaginano il seno come un biberon, in cui il latte esce da solo se inclinato verso il basso o, al massimo, se il bambino effettua un movimento di aspirazione come da una cannuccia.




Dato che nessuna mamma vede uscire il latte dal seno semplicemente se si inclina in avanti o se si aspira forte dalla punta del capezzolo, è evidente che questi oggetti impediranno al bambino di assumere il latte e di drenare il seno, che all’inizio si ingorgherà, per poi diminuire drasticamente la produzione confermando la tesi dell’operatore di turno: “signora, lei non ha latte”.

Credo che ognuna di voi, osservando questi aggeggi, si chieda come diavolo possa fare un bambino a far uscire il latte dal seno. Infatti, per estrarre il latte, un bambino deve effettuare non solo il vuoto sul seno, ma un vero e proprio massaggio del seno con la lingua, posta sull’areola e non sul capezzolo.

In un attacco corretto, il tessuto mammario riempie la bocca del bambino, il capezzolo finisce in fondo al palato duro e il bambino lavora con tutti i muscoli della bocca e della lingua, per estrarre il latte:

Immagine tratta dalla pagina: https://boltondental.com/dental-services/orthopedic-orthodontics/infant-tongue-lip-tie-frenectomy/lip-tongue-tie-impact-breastfeeding-bottle-feeding/

Nei modelli di paracapezzoli che ho 
mostrato, il bambino, invece, 
si attacca solo 
alla tettarella del paracapezzolo, come farebbe ad un ciuccio o ad un biberon, perché sarebbe impossibile, per lui, afferrare anche una porzione di seno all’interno della sua bocca!! Osservate la foto qui accanto, ad esempio e chiedetevi come la piccola possa effettuare, con la lingua e la bocca, il massaggio del seno necessario per estrarre tutto il latte che le occorre:




Ecco perché, anche usando un paracapezzolo, occorre ottenere lo stesso attacco profondo che si deve ottenere con il seno “nudo”. Infatti, se il bambino si attacca alla sola tettarella del paracapezzolo, non solo schiaccerà il capezzolo provocando comunque un po’ di dolore, ma non riuscirà ad estrarre latte, se non quello che esce dopo poco dall’inizio della poppata grazie al riflesso di emissione.

Per capire bene questo principio, provate a spremere il vostro seno schiacciando il capezzolo e poi premendo, invece, sull’areola, ad una certa distanza dal capezzolo:

https://www.youtube.com/watch?v=VXLeyPSOjbc

Usare il paracapezzolo senza cercare di ottenere un attacco “profondo”, cioè con un bel “boccone” di seno all’interno della bocca del bambino, rafforzerà nel bambino il meccanismo di suzione errato, in punta, cosa che è quasi sempre la causa del dolore ai capezzoli con conseguente formazione di ragadi.

Credo che adesso sia più chiaro comprendere come usare un paracapezzolo per risolvere il dolore ai capezzoli sia fuorviante. È come mettere un cerotto su una ferita: si può toccare la ferita sentendo meno male, attraverso il cerotto, ma non serve per risolvere e guarire.

Il paracapezzolo può essere utile in alcuni casi, ma non in caso di attacco scorretto, con conseguente formazione di ragadi. Può essere usato per riportare un bambino al seno quando ha sempre conosciuto il biberon e non sa più cosa fare al seno, perché non sente la stessa stimolazione forte data dalla tettarella; o in altre situazioni da valutare con una consulente professionale (IBCLC). Inoltre non va usato come spesso vedo fare: appoggiato sul seno e via, ma va indossato correttamente (rivoltato "come un calzino") e va trovato della misura corretta sia per il capezzolo che per la bocca del bambino.

Forma corretta del paracapezzolo

Tutto questo potete farlo seguendo le indicazioni della consulente che vi segue. Occorre inoltre che sia di silicone sottile, per permettere una buona stimolazione del seno. 






Un altro motivo per cui viene suggerito alle mamme di usare un paracapezzolo, spesso ancor prima che il bambino abbia mai provato ad attaccarsi, è il capezzolo piatto o “troppo piccolo” o, addirittura, “troppo grande” (in questo caso non si comprende come aumentare il volume del capezzolo usando questo strumento possa aiutare...). Dato che un neonato non ha mai visto nessun altro capezzolo prima di quello della sua mamma, non si capisce perché non debba andare bene quello che trova. Inoltre sfido chiunque a mostrarmi un capezzolo fatto come un paracapezzolo: perfettamente a tronco di cono, lungo almeno tre centimetri. In vent’anni ho visto migliaia di capezzoli e vi giuro che non ne ho trovato nemmeno uno così (e nemmeno come la tettarella di un biberon, di quelli che vengono pubblicizzati come “simili al seno materno”). Su questo argomento non mi dilungo più di tanto, dato che esiste un ottimo articolo della mia collega Martina Carabetta che potete trovare a questo link: http://www.consulenteallattamento.it/2017/12/il-mio-capezzolo-va-bene-ovvero-quando-non-se-ne-trova-buono-paracapezzoli-allattamento-roma/