martedì 30 marzo 2021

Coniglietti innamorati

Avvicinandosi la Pasqua, mi sembra obbligatorio concentrarsi su coniglietti e affini...

Ecco qua Romeo e Giulietta versione amigurumi...


Lo schema è preso da https://www.ahookamigurumi.com/en/

lunedì 22 marzo 2021

Cos'è l'allattamento?

Anni fa ho scritto il mio primo articolo su come iniziare bene l'allattamento per il sito della associazione nata dall'idea di un gruppo di amiche e colleghe. Nel tempo ho modificato e ampliato quell'articolo per distribuirlo a mamme in attesa o "appena nate". Ma continuo a sentire che manca qualcosa. Anche se "tecnicamente" non mi sembra che manchi nulla, anche se parlo di cosa sia l'allattamento a richiesta, sento un senso di "freddo", quando lo leggo.

Col tempo, grazie all'amicizia con la mia splendida collega Rita Perduca, non mi sento più soddisfatta di essere solo la professionista che arriva quando un allattamento è compromesso, per cercare di sistemare le cose, per recuperare, per sollevare la mamma dal dolore ecc... 

Rita dice "io mi occupo della relazione, l'allattamento è relazione e sono fortemente convinta che tutto quello che siamo parta da lì" (Rita, correggimi se sbaglio).

È così.

Inutile parlare di come ottenere un buon attacco o di cosa significhi allattare a richiesta, se non si parte dalla relazione.

Ad esempio: perché è importante il pelle a pelle immediato dopo la nascita? Si possono portare mille motivi medici tutti veri e validi, ma il più importante, qual è? L'incontro fra la madre e il suo bambino, fra il bambino e sua madre. Il primo sguardo fra di loro. Il ritrovarsi dopo l'esperienza travolgente del parto, dopo che non siamo più legati uno all'altra, che non siamo più uno dentro l'altra. Il momento in cui il bambino, perfettamente competente, striscia e si dirige verso il seno della madre e fa la sua prima poppata o comunque il suo primo tentativo.

Un momento sacro, che nessuno dovrebbe disturbare.

Cos'è, quindi allattare? 

Solo un modo per nutrire il bambino? 

Allora perché non tirare il latte e farlo dare da chiunque, se non abbiamo "tempo"?

Solo un modo per "creare un legame"?

Allora le madri adottive o quelle che non allattano, non creano un legame col figlio? Sappiamo bene che non è così.

Allattare è tutto questo, ma anche molto di più.

È, appunto, creare una relazione con un'altra persona, totalmente dipendente da noi per soddisfare le sue necessità, eppure così altamente competente e consapevole dei propri bisogni e capace di chiedere ciò che gli spetta.

Se viene allattato a richiesta e se viene risposto prontamente alle sue richieste, non sarà “viziato” o  “dipendente”, sarà, al contrario, una persona indipendente, perché non deve, appunto, dipendere dalla decisione dell'adulto se nutrirlo o meno, se prenderlo in braccio oppure no. Sarà sicuro di sé, perché si sentirà capace di comunicare i suoi bisogni e affinerà sempre più questa capacità.

Allattare è anche venire in contatto con la parte più istintiva di noi stesse, che può spaventare, preoccupare, sconvolgere la razionalità che per alcune persone è così importante (ricordo una coppia in cui entrambi erano matematici e quindi scrivevano meticolosamente su un quadernetto tutte le poppate, gli orari, i grammi assunti, la crescita... A loro dava un senso di sicurezza, ma vedere che non c'era un "ordine" gli creava preoccupazione). Lasciarsi andare può essere estremamente difficile, per qualcuno.

Allattare è venire in contatto con quello che siamo state. Con la nostra bambina interiore, con il modo in cui siano state cresciute, con i dolori, gli strappi, le paure vissute da piccole e che abbiamo così faticosamente nascosto sotto al tappeto del cuore. Può essere devastante. Il pianto del nostro bambino può risvegliare in noi il nostro stesso pianto di neonate non ascoltate, chiuse in cameretta da sole "così non prende il vizio", "vedrai che alla fine smette", "gli si allargano i polmoni"... E questo può fare un male atroce. 

Scoprire che le persone che più amavamo al mondo, che più ci dovevano amare, ci hanno anche fatto soffrire - involontariamente!!!! - fa così male che cerchiamo di nasconderlo. Ma quando sentiamo piangere il nostro bambino non possiamo più fingere e veniamo scosse fino nei più profondi abissi dell'anima.

 Allattare è uscire un attimo dal mondo che corre, per essere sole con la persona che amiamo di più al mondo, quella che ci sta guardando in un modo un cui nessun altro mai al mondo, per tutta la vita, ci guarderà; con un amore che nessun altro al mondo sarà in grado di darci.

E spesso, in un mondo come questo, votato all'efficienza, fermarsi è considerato un'inutile perdita di tempo. Ricordo che quando allattavo il mio primo bambino dissi al mio migliore amico Giulio che mi sembrava di "perdere tempo", a stare così tante ore seduta ad allattare. Lui mi rispose una cosa che adesso amo condividere con le madri che mi chiamano: "stai facendo la cosa più importante del mondo: stai crescendo un essere umano. La polvere si mobili ce l'avrai tutta la vita, tuo figlio piccolo, no".

 Una grande lezione.

 Allattare è tutto questo, ma anche di più (ognuno può mettere qui sotto ciò che significa per lei - o per lui, perché significa qualcosa anche per i padri).

 Se c'è qualcosa di irrisolto dentro di noi, se ci sono conflitti, se non riusciamo ad entrare in connessione con nostro bambino perché bombardate da consigli, interferenze, accuse, sensi di colpa, "cose da fare", sarà difficile fare partire un "buon allattamento", un allattamento che ci procuri soddisfazione e benessere. 

Certo, poi ci sono le evidenze scientifiche, le tecniche per aiutare un bambino ad attaccarsi bene, per far si che riceva latte a sufficienza ecc... Ma quante di queste cose sarebbero necessarie, se non in casi estremi, se tutto potesse partire in modo naturale? Se una madre potesse creare fin dai primi secondi un legame, una relazione salda e sicura col suo bambino, anziché venire allontanata, sminuita, lasciata senza informazioni, abbandonata a se stessa, fatta oggetto di pretese perché deve essere "come prima", madre, moglie, casalinga perfetta e, possibilmente, grande lavoratrice?

Foto di Jessika Arraes da Pexels

domenica 7 marzo 2021

Deve fare il "callo"?

 “Deve fare il callo”?

Quante volte avete sentito o vi è stata detta direttamente, questa frase, parlando del capezzolo in relazione ai primi tempi dell'allattamento?

Quanti consigli su “stringere i denti”, “usare un asciugamano ruvido” (se non addirittura un guanto di crine!) e così via?

Forse alcune di noi ci hanno anche provato...

Ebbene, niente di tutto questo è necessario (buona notizia per I tempi di crisi: non occorre che spendiate soldi per un guanto di crine; piuttosto investiteli in un... bel gelato!).

Il capezzolo è, sicuramente, una parte delicata del nostro corpo, ma, proprio per questo, deve essere trattata delicatamente!

Quando un bambino poppa al seno, il capezzolo finisce nel fondo della bocca, alla giunzione fra palato duro e palato molle, dove la lingua non può arrivare a danneggiarlo strofinandolo e dove le gengive non possono ferirlo stringendolo.

Il bambino, infatti, per effettuare una suzione efficace, deve massaggiare l'areola – e non il capezzolo – con la lingua.

Quando questo non avviene, la mamma avvertirà subito dolore, che persiste per tutta la poppata. Se non si interviene presto, la mamma può ritrovarsi con ferite sanguinanti, che rendono estremamente dolorosa la poppata e non solo (spesso non si sopporta nemmeno il tocco dei vestiti sulla pelle!). Viene solo voglia di scappare via, altro che di allattare!

È evidente, infine, che se il bambino non sta poppando correttamente non riuscirà nemmeno a prendere tutto il latte che gli serve, con conseguente pianto continuo, scarsa crescita, poppate lunghissime e ravvicinate...

I motivi per cui un bambino può non avere un buon attacco o una buona suzione sono vari:

mancanza del primo contatto e quindi della prima poppata nell'immediato post-parto; uso di ciuccio o biberon; frenulo linguale corto; errato posizionamento al seno; forte riflesso di emissione che porta il bambino a stringere il capezzolo per frenare il flusso del latte, ecc...

In ogni modo, una Consulente IBCLC saprà valutare caso per caso il motivo e le soluzioni relative.

Quello che è importante sapere, comunque, è che allattare NON DEVE FARE MALE.

Non è “normale” sentire dolore. Tanto è diffusa questa idea che una mamma mi ha riferito di non essere sicura che la sua bambina poppasse bene perché lei non sentiva dolore e non aveva mai avuto le ragadi!!

Le primissime poppate possono essere un po' fastidiose, per la sensazione di stiramento dei tessuti, ma il fastidio dovrebbe durare meno di un minuto e comunque scomparire entro pochi giorni.

Se invece provate dolore per tutta la poppata e il capezzolo, al momento in cui il bambino si stacca, è deformato, schiacciato (come la punta di un rossetto), sbiancato, controllate subito la posizione al seno e l’attacco o, meglio ancora, chiamate una IBCLC!

Non aspettate “stringendo i denti”, perché non è vero che “poi passa”.

Più si aspetta e più è facile che il capezzolo si spacchi e sanguini, rendendo un momento che dovrebbe essere piacevole, rilassante e “normale”, qualcosa di estremamente doloroso e fonte di stress sia per la mamma che per il bambino.


Foto da: https://it.freepik.com/foto-premium/mamma-stanca-cercando-di-calmare-il-suo-bambino-che-piange_8438878.htm

domenica 28 febbraio 2021

Il sacrificio di Isacco

Oggi la prima lettura riportava la narrazione del sacrificio di Isacco.

Mi sono sempre chiesta perché la maggior parte delle volte te ne parlino come del "sacrificio di Abramo". Non è lui che è stato chiesto in sacrificio, ma il figlio. Certo, "di Abramo" indica "compiuto da...", ma così si perde uno dei personaggi della storia. 

Mi sono anche fatta tante altre domande, nel corso degli anni:

Perché durante la messa non si legge la parte in cui Isacco chiede al padre dove sia l'agnello per il sacrificio? Perché questo unico momento in cui Isacco mostra di essere presente e partecipe, viene eliminato? Come mai di Isacco, delle sue reazioni, non si dice nulla? 

Quando il bambino si accorge di essere lui, la vittima, perché non si ribella? Possibile che un bambino resti tranquillo di fronte al padre che lo lega e gli avvicina un coltello alla gola, visto che avrà visto altre volte il padre o altri digitari religiosi del tempo, compiere sacrifici rituali? Perché non si racconta cosa ha fatto, cosa ha provato? 

Poi, crescendo, ho capito che Isacco rappresenta Gesù. 

Gesù non si è tirato indietro. Al contrario di Isacco, si è offerto spontaneamente. Ma anche lui, come Isacco, non ha proferito parola, per difendersi. "come agnello condotto al macello, non aprì la sua bocca". 

Isacco verrà salvato da Dio stesso, che dirà che non voleva la morte del ragazzo, ma solo "mettere alla prova" la fede di Abramo. Gesù non sarà salvato. Non ci sarà nessun ariete da offrire al suo posto. Dio ha messo alla prova la fede di Abramo, cioè la sua fiducia che Egli avrebbe mantenuto la sua promessa qualunque cosa fosse successa. Ho pensato a volte che la morte di Gesù sia al contrario un mettere alla prova Dio da parte nostra per vedere quanto ci ama. Quanta fiducia ha in noi, nella nostra capacità di amarlo. Lui non ci rifiuta il suo figlio, il suo unico figlio, per dimostrarci il suo amore.

Anche Gesù, nell'orto degli ulivi, prova a chiedere a Dio un'alternativa: "se è possibile, passi da me questo calice". Prova a cercare un ariete impigliato nel cespuglio. Ma non ci sarà nessuno. Sarà solo. Abbandonato da tutti.

Resterà in piedi davanti ai suoi accusatori e non si tirerà indietro. 

Si distenderà in silenzio su quella croce così come Isacco si è disteso sulla catasta di legna. 

E come, grazie alla fede di Abramo, "saranno benedette tutte le nazioni", grazie al sacrificio di Cristo sarà salva tutta l'umanità.

Il sacrificio di Isacco - Caravaggio 

Non va mai bene come sei

Oggi leggevo i post di uno scrittore, Pierpaolo Mandetta, in cui lui racconta di essere stato deriso sin da quando era bambino per la sua omosessualità e di come l'altro giorno, davanti all'ennesima presa in giro, sia crollato e si sia messo a piangere. Ebbene, anche davanti a questa affermazione, a questa dimostrazione di sofferenza, lui è stato di nuovo deriso e aggredito sotto al suo post, anche da persone omosessuali.

Una cosa allucinante.

La cosa mi ha molto colpito e oggi, riflettendo su questo con un amico, mi chiedevo perché diavolo le persone sentano sempre il bisogno di deridere o offendere gli altri se non sono come loro vorrebbero.

Davvero non capisco (lo so, sono limitata, il mio Q. I. evidentemente è basso) perché mai prendere in giro una persona perché ama qualcuno che tu non ameresti mai.

Secondo questa logica dovrei deridere un sacco di amiche, dato che non penso mi innamorerei mai dei loro mariti (magari sono persone simpaticissime, intelligenti o con altre meravigliose qualità, eh, ma se non mi fanno innamorare che ci devo fare? 😅).

Voglio dire, qual è il problema? Mica vengono a letto con te!

Ma che ti importa di chi si innamora uno che nemmeno conosci?

Cosa cambia, in una persona, se ama un uomo o una donna?

Io mi preoccuperei se non fosse capace di amare, invece.


E, anche se il mio amico mi spiegava che sono cose molto diverse, mi chiedo anche un'altra cosa: perché deridere o offendere chi è più magro o più grasso della media, chi ha un naso più lungo o una statura più bassa ecc...

A causa del mio fisico sono stata oggetto di frecciatine per tutta la vita. A volte erano anche frasi pesanti, che francamente mi hanno davvero stancato, perché sono sempre le stesse da cinquant'anni. Spesso le dico prima io, o finisco le loro frasi, perché tanto non riescono proprio a stare zitti.

Sono stata anche derisa e criticata per il mio abbigliamento, perché non mi trucco, non mi metto la gonna. 

Non mi toccano più, adesso, ma quando ero ragazzina era piuttosto fastidioso, mi scocciava, soprattutto quando mi dicevano che se non fossi cambiata, nessuno mi avrebbe amato.

Foto da https://www.istockphoto.com/it/collaboration/boards/d3i8VJEB9k622rOUUwg5sg 


Capite?

Se non sei come gli altri ti vogliono, sarai condannat*

Non vi sembra terribile?

Doversi conformare, essere qualcuno che non sei...

Che poi... Non va mai bene come sei!

Se sei grasso, devi essere magro

Se sei magro, devi essere più in carne

Se non ti trucchi, sei sciatta

Se lo fai, sei una che la vuole dare a tutti

Se sei gay ti deridono

Se sei etero, ma non ti fai un* ragazz* a settimana, sei frigida o non sei un vero uomo...

Se sei nero, la tua pelle fa schifo, ma se sei bianco devi andare al mare ed abbronzarti il più possibile, perché "fai pena, così pallida" (si, mi hanno detto anche questo, dimenticavo) 

Non va mai bene.

Foto di Keira Burton da Pexels

E io continuo a non capire.

A non capire perché non si possa accettare una persona per quello che è.

Perché ci sia da prendere in giro qualcuno per una cosa che non solo non ha scelto (non si sceglie di essere gay o di essere bassi o neri o con una ossatura minuscola o un metabolismo che non ti permette di ingrassare o dimagrire), ma che nemmeno ha un minimo impatto sulla tua, di vita.

Proviamo a criticare chi ruba, chi inquina, chi picchia i bambini o le donne, chi umilia, chi offende, chi truffa, chi vuole fare il furbo, chi se ne frega del prossimo e così via. Non chi ha semplicemente un aspetto diverso dal tuo (che poi... A parte due gemelli, tutti hanno un aspetto diverso l'uno dall'altro...) o ama qualcuno che a te non piace o proviene da un paese diverso ecc...

Davvero, mi scoppia il cervello a cercare di capire il perché queste persone aggrediscano altre persone che non hanno fatto nulla.



domenica 31 gennaio 2021

Aspettative o realtà?

 Ne sono sempre più convinta: le aspettative ci fregano.

Questo vale in molte occasioni, ma sicuramente vale per quanto riguarda l’accudimento dei bambini (allattamento, sonno, educazione ecc…)

Quali sono, infatti, le aspettative al riguardo? Come ci viene presentata la maternità e l’accudimento? Come vengono mostrati i bambini? Qual è l’idea di normalità che ci viene proposta?

Vediamo, su articoli e riviste, mamme sorridenti, bambini che se ne stanno buoni su sdraiette, passeggini, culle e palestrine, dentro case ordinate e pulite. Ci viene detto che un bambino deve “mangiare e dormire”. Che dopo la poppata, che deve durare massimo mezz’ora, devono starsene buoni nella culla e addormentarsi da soli, perché “non hanno bisogno di nulla”.

È facile comprendere, allora, come mai, dopo la nascita del bambino tante mamme (e tanti babbi!) vadano in crisi. Le mamme si chiedono cos’abbia il loro bambino “che non va” o “dove sbagliano”, dato che il piccolo chiede di essere allattato molte volte al giorno per molto tempo, chiede di essere tenuto costantemente a contatto col corpo dei genitori giorno e notte, dorme solo per brevi pisolini e così via.

Le aspettative, appunto, hanno fregato questi genitori.

Quasi nessuno dice ai genitori qual è la realtà, quali sono i bisogni normali, fisiologici di un neonato, quale il suo comportamento normale, cosa aspettarsi da lui e come rispondere al meglio ai suoi bisogni in modo da riuscire anche a stare bene come genitori. Molto spesso la stanchezza delle mamme deriva dal loro disperato tentativo di fare “tutto come prima”, come ci viene imposto dalla società; oppure di far rientrare il bambino negli schemi che ci vengono mostrati, per non “viziare” il piccolo.

Ma è evidente che, se un bambino richiede attenzioni 24 ore su 24, non è possibile fare “tutto come prima” e in più aggiungervi l’accudimento del neonato. Occorre semmai togliere qualcosa a ciò che facevamo prima per fare spazio ai bisogni del nuovo arrivato, dato che non possiamo aggiungere ore alla nostra giornata.

Ma alle mamme viene detto che, una volta che il bambino è stato nutrito e cambiato, non ha bisogno di altro, che se chiede ancora attenzione è solo un vizio, una richiesta irragionevole, non è un vero bisogno, che deve capire che occorre lasciare tempo alla mamma di… fare le faccende domestiche, che altro? (qualcuno mi può spiegare come un neonato possa fare ragionamenti così complessi su cose che nemmeno conosce?)

Una coppia desidera, cerca un bambino a volte per anni, lo aspetta per nove mesi per poi… dedicarsi alle pulizie della casa?

Una mamma, un babbo, nascono insieme al loro bambino, hanno bisogno di stare insieme per conoscersi, annusarsi, guardarsi negli occhi, toccarsi, capire come si sta al mondo, capire di cosa ha bisogno quella piccola creatura che dipende totalmente da loro, imparare ad allattare, imparare a toccare, portare, calmare, pulire… Ci sarà tutta la vita per pulire casa!

Se proprio qualcuno vuole che la casa di una neo-mamma sia pulita e in ordine, che si offra di dare una mano con le pulizie, con la spesa; che porti un piatto pronto, anziché criticare o offrirsi di tenere il bambino per lasciare che la mamma si carichi di un altro impegno, anziché riposare col suo piccolo!

E che eviti di alimentare aspettative irrealistiche nei genitori. Un bambino che vuole stare in braccio, non è un “furbetto che ha già capito tutto” e “vi sta manipolando”. Un neonato che vuole poppare “ancora” non è un “viziato” a cui “bisogna dare delle regole”. Un bambino che ha bisogno di dormire coi genitori non è un “tiranno” che cerca di separare i genitori l’una dall’altro.

È solo un normalissimo, sano, neonato umano, che fa ciò per cui è “programmato” da milioni di anni di evoluzione.

Per sapere davvero cosa è normale aspettarsi da un neonato, per conoscere la fisiologia, sapere di cosa ha bisogno, da milioni di anni, un bambino che viene al mondo, suggerisco di informarsi con letture affidabili, serie, scientificamente provate e scritte con profondo amore verso i bambini e verso i genitori come:

“…e se poi prende il vizio?”

“I cuccioli non dormono da soli” entrambi di Alessandra Bortolotti

“L’arte dell’allattamento materno” de La Leche League

"un dono per tutta la vita" di Carlos Gonzàlez 

"il bambino è competente" di Jesper Juul

tanto per iniziare (ma la lista sarebbe ancora lunga)




giovedì 14 gennaio 2021

"Non devi essere il suo ciuccio!"

 “Non devi essere il suo ciuccio”

“Mi/ti usa come ciuccio”

“Non voglio che mi usi come ciuccio”

Oggi vorrei partire da queste frasi, che quasi sicuramente vi hanno detto o, chissà, avrete pronunciato voi stesse.

Vorrei analizzare, per prima, il verbo “usa”.

Usare” una persona significa prendere da lei ciò che ci serve senza mai ricambiare, chiamarla solo quando ci occorre qualcosa. 

Un neonato può fare questo?

Il nostro bambino, è vero, ha bisogno di noi per soddisfare quasi ogni sua necessità richiede a gran voce di essere accudito in tal senso. Ma è proprio vero che, così facendo, “ci usa”?

Diremmo che “ci usa” perché piange per essere cambiato o perché ha fame?

Nostro figlio non ricambia l'amore e le attenzioni che gli diamo?

Gli sguardi, i sorrisi, il rilassarci fra le nostre braccia, non sono forse un modo di dirci: “Grazie, mamma”?

La relazione col nostro bambino non è a senso unico, in cui il bambino chiede come un piccolo despota e la mamma risponde rinunciando ai suoi bisogni.

La relazione col nostro bambino è un continuo scambio di sguardi, affetto, sensazioni, sentimenti, attenzioni... un crescere insieme soddisfacendo per primi, ovviamente, i bisogni impellenti, fondamentali, vitali, del nostro bambino, ma ricevendo in cambio il suo amore, l'aumento della nostra autostima, la sensazione di essere, per lui, fondamentali.

Via via che il bambino cresce, si insegnerà - e lui stesso imparerà da solo attraverso l'esempio e le esperienze quotidiane - che anche la mamma ha dei bisogni da soddisfare.

Passiamo adesso alla seconda parola: “ciuccio”.

Vorrei riflettere su cosa è questo oggetto e a cosa serve.

Il ciuccio è un oggetto inventato per soddisfare il bisogno primario di suzione, che ha ogni bambino, quando questi non può accedere al seno materno.

Quando si sono cominciati a dare degli orari ferrei per le poppate, quando l'allattamento è stato ampiamente abbandonato per nutrire i bambini con latte artificiale e biberon, si è dovuto trovare il modo per calmare questi bambini, per soddisfare il loro bisogno di suzione, che va al di là della sola soddisfazione della fame. Succhiare, per i bambini, è un atto fondamentale, profondamente gratificante, rassicurante. I bambini ne hanno così tanto bisogno che, se non trovano altro, succhiano il proprio dito.

È quindi il ciuccio ad essere usato “come seno” e non il contrario.

Questo non vuol dire che, in una situazione in cui la mamma non può offrire il suo seno (è sotto la doccia, sta guidando, è assente, ecc...) non si possa cercare di calmare il bambino così (nulla vieta di offrire un proprio dito, per far succhiare il bambino!), sempre tenendo ben presenti i rischi dell'uso di tale strumento e valutando se esistono alternative efficaci. Perché, se si vede che "funziona", si può essere tebtate di usarlo anche in altre occasioni e si può finire per farlo tenere in bocca al bambino per molti più tempo di quanti non farebbe ciuccia do il seno della mamma. A questi link potete trovare due articoli molto interessanti, scritti dalla collega Antonella Sagone che spiegano molto bene come l'uso del ciuccio sia evitabile e non esserne da rischi

 https://m.facebook.com/naturalparenting.it/posts/1078487428833048/?_rdr

https://m.facebook.com/nt/screen/?params=%7B%22note_id%22%3A396427635010236%7D&path=%2Fnotes%2F%7Bnote_id%7D&_rdr

L'importante è non cercare di usare il ciuccio come metodo per impedire al bambino il libero accesso al seno cercando di “regolarlo”. Permettere ad un bambino di succhiare quando ne ha bisogno, non soddisfa, infatti, solo il suo bisogno di suzione, ma permette al seno di produrre la quantità ottimale di latte e di far sì che ogni volta il nostro bambino riceva anche solo poche gocce di un alimento su misura per lui.

Vorrei concludere dicendo che ciò che mi ha spinto a scrivere questo breve testo è anche cercare di sollevare le mamme da quella sensazione di “sentirsi usate”, di “inutilità” che può prendere quando ci si trova con un bambino che ha un forte bisogno di suzione e che quindi richiede di poppare molto spesso.

Il nostro bambino non ci sta usando, senza riguardo per noi. Noi non stiamo facendo qualcosa di inutile che un ciuccio potrebbe fare meglio al posto nostro. Non stiamo perdendo tempo.