domenica 28 febbraio 2021

Non va mai bene come sei

Oggi leggevo i post di uno scrittore, Pierpaolo Mandetta, in cui lui racconta di essere stato deriso sin da quando era bambino per la sua omosessualità e di come l'altro giorno, davanti all'ennesima presa in giro, sia crollato e si sia messo a piangere. Ebbene, anche davanti a questa affermazione, a questa dimostrazione di sofferenza, lui è stato di nuovo deriso e aggredito sotto al suo post, anche da persone omosessuali.

Una cosa allucinante.

La cosa mi ha molto colpito e oggi, riflettendo su questo con un amico, mi chiedevo perché diavolo le persone sentano sempre il bisogno di deridere o offendere gli altri se non sono come loro vorrebbero.

Davvero non capisco (lo so, sono limitata, il mio Q. I. evidentemente è basso) perché mai prendere in giro una persona perché ama qualcuno che tu non ameresti mai.

Secondo questa logica dovrei deridere un sacco di amiche, dato che non penso mi innamorerei mai dei loro mariti (magari sono persone simpaticissime, intelligenti o con altre meravigliose qualità, eh, ma se non mi fanno innamorare che ci devo fare? 😅).

Voglio dire, qual è il problema? Mica vengono a letto con te!

Ma che ti importa di chi si innamora uno che nemmeno conosci?

Cosa cambia, in una persona, se ama un uomo o una donna?

Io mi preoccuperei se non fosse capace di amare, invece.


E, anche se il mio amico mi spiegava che sono cose molto diverse, mi chiedo anche un'altra cosa: perché deridere o offendere chi è più magro o più grasso della media, chi ha un naso più lungo o una statura più bassa ecc...

A causa del mio fisico sono stata oggetto di frecciatine per tutta la vita. A volte erano anche frasi pesanti, che francamente mi hanno davvero stancato, perché sono sempre le stesse da cinquant'anni. Spesso le dico prima io, o finisco le loro frasi, perché tanto non riescono proprio a stare zitti.

Sono stata anche derisa e criticata per il mio abbigliamento, perché non mi trucco, non mi metto la gonna. 

Non mi toccano più, adesso, ma quando ero ragazzina era piuttosto fastidioso, mi scocciava, soprattutto quando mi dicevano che se non fossi cambiata, nessuno mi avrebbe amato.

Foto da https://www.istockphoto.com/it/collaboration/boards/d3i8VJEB9k622rOUUwg5sg 


Capite?

Se non sei come gli altri ti vogliono, sarai condannat*

Non vi sembra terribile?

Doversi conformare, essere qualcuno che non sei...

Che poi... Non va mai bene come sei!

Se sei grasso, devi essere magro

Se sei magro, devi essere più in carne

Se non ti trucchi, sei sciatta

Se lo fai, sei una che la vuole dare a tutti

Se sei gay ti deridono

Se sei etero, ma non ti fai un* ragazz* a settimana, sei frigida o non sei un vero uomo...

Se sei nero, la tua pelle fa schifo, ma se sei bianco devi andare al mare ed abbronzarti il più possibile, perché "fai pena, così pallida" (si, mi hanno detto anche questo, dimenticavo) 

Non va mai bene.

Foto di Keira Burton da Pexels

E io continuo a non capire.

A non capire perché non si possa accettare una persona per quello che è.

Perché ci sia da prendere in giro qualcuno per una cosa che non solo non ha scelto (non si sceglie di essere gay o di essere bassi o neri o con una ossatura minuscola o un metabolismo che non ti permette di ingrassare o dimagrire), ma che nemmeno ha un minimo impatto sulla tua, di vita.

Proviamo a criticare chi ruba, chi inquina, chi picchia i bambini o le donne, chi umilia, chi offende, chi truffa, chi vuole fare il furbo, chi se ne frega del prossimo e così via. Non chi ha semplicemente un aspetto diverso dal tuo (che poi... A parte due gemelli, tutti hanno un aspetto diverso l'uno dall'altro...) o ama qualcuno che a te non piace o proviene da un paese diverso ecc...

Davvero, mi scoppia il cervello a cercare di capire il perché queste persone aggrediscano altre persone che non hanno fatto nulla.



domenica 31 gennaio 2021

Aspettative o realtà?

 Ne sono sempre più convinta: le aspettative ci fregano.

Questo vale in molte occasioni, ma sicuramente vale per quanto riguarda l’accudimento dei bambini (allattamento, sonno, educazione ecc…)

Quali sono, infatti, le aspettative al riguardo? Come ci viene presentata la maternità e l’accudimento? Come vengono mostrati i bambini? Qual è l’idea di normalità che ci viene proposta?

Vediamo, su articoli e riviste, mamme sorridenti, bambini che se ne stanno buoni su sdraiette, passeggini, culle e palestrine, dentro case ordinate e pulite. Ci viene detto che un bambino deve “mangiare e dormire”. Che dopo la poppata, che deve durare massimo mezz’ora, devono starsene buoni nella culla e addormentarsi da soli, perché “non hanno bisogno di nulla”.

È facile comprendere, allora, come mai, dopo la nascita del bambino tante mamme (e tanti babbi!) vadano in crisi. Le mamme si chiedono cos’abbia il loro bambino “che non va” o “dove sbagliano”, dato che il piccolo chiede di essere allattato molte volte al giorno per molto tempo, chiede di essere tenuto costantemente a contatto col corpo dei genitori giorno e notte, dorme solo per brevi pisolini e così via.

Le aspettative, appunto, hanno fregato questi genitori.

Quasi nessuno dice ai genitori qual è la realtà, quali sono i bisogni normali, fisiologici di un neonato, quale il suo comportamento normale, cosa aspettarsi da lui e come rispondere al meglio ai suoi bisogni in modo da riuscire anche a stare bene come genitori. Molto spesso la stanchezza delle mamme deriva dal loro disperato tentativo di fare “tutto come prima”, come ci viene imposto dalla società; oppure di far rientrare il bambino negli schemi che ci vengono mostrati, per non “viziare” il piccolo.

Ma è evidente che, se un bambino richiede attenzioni 24 ore su 24, non è possibile fare “tutto come prima” e in più aggiungervi l’accudimento del neonato. Occorre semmai togliere qualcosa a ciò che facevamo prima per fare spazio ai bisogni del nuovo arrivato, dato che non possiamo aggiungere ore alla nostra giornata.

Ma alle mamme viene detto che, una volta che il bambino è stato nutrito e cambiato, non ha bisogno di altro, che se chiede ancora attenzione è solo un vizio, una richiesta irragionevole, non è un vero bisogno, che deve capire che occorre lasciare tempo alla mamma di… fare le faccende domestiche, che altro? (qualcuno mi può spiegare come un neonato possa fare ragionamenti così complessi su cose che nemmeno conosce?)

Una coppia desidera, cerca un bambino a volte per anni, lo aspetta per nove mesi per poi… dedicarsi alle pulizie della casa?

Una mamma, un babbo, nascono insieme al loro bambino, hanno bisogno di stare insieme per conoscersi, annusarsi, guardarsi negli occhi, toccarsi, capire come si sta al mondo, capire di cosa ha bisogno quella piccola creatura che dipende totalmente da loro, imparare ad allattare, imparare a toccare, portare, calmare, pulire… Ci sarà tutta la vita per pulire casa!

Se proprio qualcuno vuole che la casa di una neo-mamma sia pulita e in ordine, che si offra di dare una mano con le pulizie, con la spesa; che porti un piatto pronto, anziché criticare o offrirsi di tenere il bambino per lasciare che la mamma si carichi di un altro impegno, anziché riposare col suo piccolo!

E che eviti di alimentare aspettative irrealistiche nei genitori. Un bambino che vuole stare in braccio, non è un “furbetto che ha già capito tutto” e “vi sta manipolando”. Un neonato che vuole poppare “ancora” non è un “viziato” a cui “bisogna dare delle regole”. Un bambino che ha bisogno di dormire coi genitori non è un “tiranno” che cerca di separare i genitori l’una dall’altro.

È solo un normalissimo, sano, neonato umano, che fa ciò per cui è “programmato” da milioni di anni di evoluzione.

Per sapere davvero cosa è normale aspettarsi da un neonato, per conoscere la fisiologia, sapere di cosa ha bisogno, da milioni di anni, un bambino che viene al mondo, suggerisco di informarsi con letture affidabili, serie, scientificamente provate e scritte con profondo amore verso i bambini e verso i genitori come:

“…e se poi prende il vizio?”

“I cuccioli non dormono da soli” entrambi di Alessandra Bortolotti

“L’arte dell’allattamento materno” de La Leche League

"un dono per tutta la vita" di Carlos Gonzàlez 

"il bambino è competente" di Jesper Juul

tanto per iniziare (ma la lista sarebbe ancora lunga)




giovedì 14 gennaio 2021

"Non devi essere il suo ciuccio!"

 “Non devi essere il suo ciuccio”

“Mi/ti usa come ciuccio”

“Non voglio che mi usi come ciuccio”

Oggi vorrei partire da queste frasi, che quasi sicuramente vi hanno detto o, chissà, avrete pronunciato voi stesse.

Vorrei analizzare, per prima, il verbo “usa”.

Usare” una persona significa prendere da lei ciò che ci serve senza mai ricambiare, chiamarla solo quando ci occorre qualcosa. 

Un neonato può fare questo?

Il nostro bambino, è vero, ha bisogno di noi per soddisfare quasi ogni sua necessità richiede a gran voce di essere accudito in tal senso. Ma è proprio vero che, così facendo, “ci usa”?

Diremmo che “ci usa” perché piange per essere cambiato o perché ha fame?

Nostro figlio non ricambia l'amore e le attenzioni che gli diamo?

Gli sguardi, i sorrisi, il rilassarci fra le nostre braccia, non sono forse un modo di dirci: “Grazie, mamma”?

La relazione col nostro bambino non è a senso unico, in cui il bambino chiede come un piccolo despota e la mamma risponde rinunciando ai suoi bisogni.

La relazione col nostro bambino è un continuo scambio di sguardi, affetto, sensazioni, sentimenti, attenzioni... un crescere insieme soddisfacendo per primi, ovviamente, i bisogni impellenti, fondamentali, vitali, del nostro bambino, ma ricevendo in cambio il suo amore, l'aumento della nostra autostima, la sensazione di essere, per lui, fondamentali.

Via via che il bambino cresce, si insegnerà - e lui stesso imparerà da solo attraverso l'esempio e le esperienze quotidiane - che anche la mamma ha dei bisogni da soddisfare.

Passiamo adesso alla seconda parola: “ciuccio”.

Vorrei riflettere su cosa è questo oggetto e a cosa serve.

Il ciuccio è un oggetto inventato per soddisfare il bisogno primario di suzione, che ha ogni bambino, quando questi non può accedere al seno materno.

Quando si sono cominciati a dare degli orari ferrei per le poppate, quando l'allattamento è stato ampiamente abbandonato per nutrire i bambini con latte artificiale e biberon, si è dovuto trovare il modo per calmare questi bambini, per soddisfare il loro bisogno di suzione, che va al di là della sola soddisfazione della fame. Succhiare, per i bambini, è un atto fondamentale, profondamente gratificante, rassicurante. I bambini ne hanno così tanto bisogno che, se non trovano altro, succhiano il proprio dito.

È quindi il ciuccio ad essere usato “come seno” e non il contrario.

Questo non vuol dire che, in una situazione in cui la mamma non può offrire il suo seno (è sotto la doccia, sta guidando, è assente, ecc...) non si possa cercare di calmare il bambino così (nulla vieta di offrire un proprio dito, per far succhiare il bambino!), sempre tenendo ben presenti i rischi dell'uso di tale strumento e valutando se esistono alternative efficaci. Perché, se si vede che "funziona", si può essere tebtate di usarlo anche in altre occasioni e si può finire per farlo tenere in bocca al bambino per molti più tempo di quanti non farebbe ciuccia do il seno della mamma. A questi link potete trovare due articoli molto interessanti, scritti dalla collega Antonella Sagone che spiegano molto bene come l'uso del ciuccio sia evitabile e non esserne da rischi

 https://m.facebook.com/naturalparenting.it/posts/1078487428833048/?_rdr

https://m.facebook.com/nt/screen/?params=%7B%22note_id%22%3A396427635010236%7D&path=%2Fnotes%2F%7Bnote_id%7D&_rdr

L'importante è non cercare di usare il ciuccio come metodo per impedire al bambino il libero accesso al seno cercando di “regolarlo”. Permettere ad un bambino di succhiare quando ne ha bisogno, non soddisfa, infatti, solo il suo bisogno di suzione, ma permette al seno di produrre la quantità ottimale di latte e di far sì che ogni volta il nostro bambino riceva anche solo poche gocce di un alimento su misura per lui.

Vorrei concludere dicendo che ciò che mi ha spinto a scrivere questo breve testo è anche cercare di sollevare le mamme da quella sensazione di “sentirsi usate”, di “inutilità” che può prendere quando ci si trova con un bambino che ha un forte bisogno di suzione e che quindi richiede di poppare molto spesso.

Il nostro bambino non ci sta usando, senza riguardo per noi. Noi non stiamo facendo qualcosa di inutile che un ciuccio potrebbe fare meglio al posto nostro. Non stiamo perdendo tempo.


giovedì 31 dicembre 2020

Pagine e persone che diffondono odio... Perché?

Sembra che da quando esistono i forum, i social, le persone abbiano iniziato a tirare fuori la parte peggiore di sé. Sembra che il fatto di essere nascosti dietro un nick name e uno schermo dia quel coraggio e quella forza per aggredire verbalmente chiunque. Tanto il bersaglio non può reagire, se non con altre parole. Ma a quel punto l'aggressore risponderà con più forza, compiacendosi di aver colpito nel segno, cioè di aver suscitato una reazione, di aver "fatto colpo".

Ad esempio, in questi giorni, fra amiche e colleghe, si discute di alcune pagine che screditano l'allattamento e diffamano le consulenti per l'allattamento in vari modi.

Il tutto con una ferocia e un compiacimento che a qualcuno suscita rabbia, a qualcuno tristezza, a qualcuno fa scuotere il capo come a dire: "non ti curar di lor...".

Quando leggo queste esternazioni, che possono riguardare qualsiasi argomento  - allattamento, vaccini, immigrati, disabili, personaggi famosi, ecologia... - la reazione spontanea è di rabbia, di desiderio di replicare punto per punto (a volte lo faccio), usare la ragione per cercare uno spiraglio in cui ci sia la possibilità di infilarsi per trovare un minimo di dialogo... cosa peraltro che fallisce sempre, perché lo scopo di queste persone non è cercare il confronto.

La seconda reazione è più ponderata e si basa sul pensiero che chi vomita così tanta rabbia abbia un motivo. Qualcosa ha creato in lui/lei una ferita così grande che tutto il pus che vi si è formato dentro deve essere buttato fuori in qualche modo. Aggredire serve a nascondere il dolore, a negarlo.

Se io non ho allattato e ne ho sofferto; se tutto, intorno a me, me lo ha fatto passare come un fallimento personale, devo proteggermi trasformando il mio dolore in rabbia verso chiunque mi decanti le "meraviglie dell'allattamento", devo dire a me stessa che non importa, che non è vero che allattare sia importante o faccia bene o chissà cosa altro. Altrimenti ne soffrirei troppo.

Se sono stata punita fisicamente o psicologicamente da bambina, dovrò sostenere con forza che non fa male, che i miei genitori mi amavano tantissimo, che erano perfetti, perché affermare che, pur amandomi, possono aver commesso degli errori, mi distruggerebbe l'immagine che ho di loro, mi farebbe mettere in dubbio il loro amore e farebbe tornare a galla il mio dolore di bambina. Inaccettabile.

E così via.

Per cui, se ne avrò l'occasione, diffonderò ovunque questo mio pensiero, oppure sarò aggressiva verso chi cerca di farmi ragionare, perché mettermi in discussione farebbe troppo male. Agisco in buona fede, inconsapevolmente, per proteggermi. 

A volte c'è anche la cattiva fede.

A volte c'è il disprezzo per chi dedica la sua vita a cercare di costruire qualcosa di buono, perché l'anima di questi "odiatori seriali" sembra incapace di concepire che qualcuno possa agire in modo disinteressato. Oppure c'è il disprezzo perché aiutano, accolgono, frequentano persone giudicate inferiori, "sub-umane", potrei dire.

A volte c'è la volontà di evitare il confronto, c'è il desiderio di fare del male a chi ritengono colpevole del loro dolore (che ovviamente staranno negando) per una sorta di rivalsa, per sentirsi più forti schiacciando l'altro.

E godrann0 di ogni commento indignato che arriverà, si divertiranno a deridere, denigrare, ridicolizzare e sminuire chi cerca di portare prove, ragionamenti...

Io non sono psicologa e quello che dico l'ho imparato leggendo, studiando, approfondendo per fare meglio il mio lavoro e per la mia maternità. Ma il meccanismo di difesa che usa l'aggressività è abbastanza comune.

Per cui, ripensando all'ultimo di questi episodi di puro accanimento verso una categoria, verso una persona, verso evidenze scientifiche, mi viene da pensare a quanto dolore nascosto ed inespresso possa avere una persona che si comporta così, oppure a quanto abbia bisogno di ancorarsi alle sue certezze perché perderle potrebbe voler dire sentirsi smarrita e non saper più dove attaccarsi, dove sentirsi sicura.

Nella mia vita, seppur non tanto lunga ancora, ho spesso fatto il conto con "verità" che credevo assodate e che mi davano sicurezza e che, invece, si sono poi rivelate errate. Mi sono sentita un po' abbattuta, è vero. Un po' come se non contassi più nulla. Dire "cavolo, stavo sbagliando" a volte non è stato facile. Ma il riconoscerlo e fare un passo avanti nella conoscenza di un argomento o l'accettare di aver commesso un errore ho scoperto che, anziché farmi sentire sminuita agli occhi degli altri, ha fatto aumentare la stima. E mi ha fatto anche sentire più sicura. Perché capire di avere sbagliato, cambiare idea di fronte alle evidenze, non è segno di debolezza, ma di capacità di ragionare, di mettersi in discussione, di accettare le idee degli altri e discuterne. Di crescere.

Auguro a tutti gli "odiatori seriali" di poter fare questo cammino.


P. S.: in un mio vecchio post affrontavo già il discorso sui cosa può portare una persona ad essere aggressiva o avere altre difficoltà di relazione, mancanza di empatia ecc... Eccolo: 




domenica 13 dicembre 2020

Natale con i tuoi?

Dopo la Pasqua, anche il Natale si preannuncia completamente diverso da quello a cui ero - a cui eravamo - abituata. Il primo pensiero che ho avuto è stato per mio fratello maggiore, che sarà l'unico della famiglia a restare davvero solo. Bene o male, gli altri avranno qualcuno accanto. Anche fosse solo una persona. Mi è salita una profonda tristezza. Dopo la Pasqua, anche il Natale... 

E sarebbe il primo da solo, in sessant'anni. Ho pensato poi che comunque lui è una persona forte, che comunque esistono le video chiamate, che comunque il Natale non è solo una cena o un pranzo in famiglia con lo scambio dei regali.

Il Natale è la nascita di Cristo, la sua venuta sulla terra, il dono di Dio all'umanità.

Gesù nascerà anche quest'anno. E saprà portare gioia e consolazione a tutti quelli che dovranno passare questo giorno lontani dai propri familiari perché lontani, perché malati, perché al lavoro. Come è sempre stato. Ogni anno c'è chi non può festeggiare per uno di questi motivi. Quest'anno saranno solo più numerosi. Sarà difficile per le persone anziane, questo sì. Sarà importante farsi sentire e vedere con una chiamata, perché questa situazione sta creando difficoltà alla mente di molte persone avanti negli anni, che rischiano di lasciarsi andare.

Mi sono anche chiesta se non sia meglio far rischiare queste persone, ma renderle felici, oppure salvare la loro salute, ma rischiare di vederle morire dentro. 

A questo non sono sicura di poter dare una risposta. Egoisticamente, le voglio accanto ancora un po' e comunque, sempre egoisticamente, non vorrei essere la causa di un eventuale contagio. Non potrei perdonarmi facilmente... 

Pensiamo poi a cosa festeggiamo, col Natale: il natale è, come dicevo, la venuta di Dio sulla terra. Dio che si fa uomo, bambino, per poter camminare accanto a noi, nel in tutto e per tutto. Per poter attraversare le nostre stesse strade, i nostri dolori, le nostre gioie, la nostra morte. Non è un pranzo. Nessuno ci può "rubare il Natale", che perché nessuno ci può togliere questo dono di un Dio che si spoglia di tutto per diventare un neonato piccolo, bisognoso di tutto, da proteggere, da allattare, da crescere giorno per giorno. 

Nessuno ci può togliere la gioia della venuta del Salvatore nel mondo. 

Non sarà un virus a uccidere il Natale, se lo sapremo vivere comunque nei nostri cuori. Non serve a nulla fare un pranzo o una cena, se non siamo capaci di avere dentro di noi la gioia che questa nascita porta nel mondo. E se abbiamo questa gioia, se davvero crediamo che quel piccolo neonato in braccio ad una ragazzina ebrea sia il salvatore del mondo, allora potremmo festeggiare con chi amiamo anche se non sarà il 25 dicembre. Potremo avere sempre nel cuore la gioia, la speranza, l'amore e diffonderli fra chi amiamo in qualsiasi giorno dell'anno. 



Golf asimmetrico 🙃

Ed ecco qua il mio ultimo lavoro, liberamente ispirato ad una maglia trovata su una pagina di vendite abbigliamento online. Non è esattamente come avrei voluto, ma la impossibilità di andare in giro a cercare la lana giusta ha influito sulla decisione. 




mercoledì 2 dicembre 2020

Razza Italica?

Vorrei tanto che le persone che parlano di "cultura italiana", di "radici" ecc... mi spiegassero a cosa si riferiscono. Cioè a quanto indietro risalgono per parlare di Italia, tradizioni, radici...

La nostra penisola, proprio per la sua posizione, è sempre stata, fin dalla prima colonizzazione da parte dell'uomo di Neanderthal, punto di passaggio, di collegamento fra le varie regioni del mediterraneo. Per cui dal nord Europa passavano verso l'Africa e viceversa e dal medio oriente arrivavano qui e viceversa. Durante l'età del bronzo sono arrivati i primi popoli di origine indoeuropea, anche se c'erano già altre popolazioni, prima (aiuto, l'invasione!! Tornatevene a casa vostra!). Da qui alla fine del secondo millennio prima di Cristo ci sono state almeno altre quattro ondate migratorie in Italia, ognuna di esse ha portato un contributo alla civiltà e allo sviluppo. 

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Sono arrivati Celti, Liguri, Abitanti dell'Asia minore, Greci, Fenici, Vandali, Longobardi, Bizantini, Arabi...

E prima di tutto questo l'Italia era abitata tante popolazioni diverse: Etruschi in Toscana; Umbri in Umbria; Latini, Sabini, Falisci, Volsci ed Equi nel Lazio; Piceni nelle Marche ed in Abruzzo Settentrionale; Sanniti nell'Abruzzo Meridionale, Molise e Campania; Apuli, Messapi e Iapigi in Puglia; Lucani e Bruttii nell'estremo Sud; Siculi, Elimi e Sicani (non indoeuropei, probabilmente autoctoni) in Sicilia. 

La Sardegna era abitata, fin dal II millennio a.C., dai nuragici.


Orbene, visto e certificato che non esiste una "razza italica", ma che siamo il risultato di un miscuglio di tante popolazioni che, nel corso dei secoli, si sono unite, combattute, ancora unite e mescolate fra loro, come possiamo parlare di "radici italiane"?

La nostra ricchezza nasce proprio dal fatto di essere un popolo ricco di storia, di tanta storia fatta di un insieme di culture, religioni, tradizioni diverse che hanno dato vita ad uno dei paesi più ricchi di arte e storia che ci sia nel mondo.

E noi adesso vogliamo buttare a mare (letteralmente) tutta questa ricchezza.

E vogliamo parlare delle radici cristiane?

Se noi ci riteniamo discendenti diretti dei romani (ma abbiamo appena visto che anch'essi sono il risultato di un'unione fra più popoli), allora le nostre "radici" sono pagane, perché i romani onoravano divinità prese pari pari da quelle greche.