mercoledì 26 maggio 2021

Non credo in (un) Dio (che)...

Credo in Dio, ma non credo in un Dio che condanna, che punisce con disgrazie e malattie, che toglie il suo amore, che maledice tutti coloro che non fanno la sua volontà.

Il Dio che conosco è il Dio di Gesù, il Dio che ha amato i suoi nemici, ha amato coloro che lo hanno ucciso, ha amato Giuda che lo ha tradito, ha amato Pietro che lo ha rinnegato. Ha amato la Samaritana, ha amato l'adultera. Come può, il mio Dio, non amare o condannare coloro che hanno come unica "colpa" quella di amare una persona del proprio sesso? 

Gesù ha predicato l'amore. L'amore sopra ogni altra cosa: "qual è il comandamento più grande?" "Ama il tuo Dio con tutto il cuore... ama il tuo prossimo come te stesso".

Quindi, che colpa ci può essere nell'amore? Gesù non dice chi sia giusto amare e chi no punto l'amore di cui parla non è quello fisico, d'accordo, è qualcosa che travalica il semplice sentimento, anche se lo comprende, non lo esclude. L'amore cristiano va al di là del sentimento, ma comunque è compreso in esso anche l'amore come tale e anche l'amore fisico fra due persone. Purtroppo ci sono ancora fortissimi tabù e resistenze legate all'amore fisico fra uomo e donna, nella chiesa, (sarebbe bello approfondirne il motivo e l'origine, un giorno) e solo adesso stanno iniziando ad essere superati, grazie, ad esempio, a testi come l'enciclica "Amoris letitiae" di papa Francesco o gli scritti di d. Luca Mazzinghi sul "Cantico dei Cantici". Quindi, se già l'amore fisico fra uomo e donna, pur definito come inserito nel progetto di Dio, ha subito per secoli condanne e restrizioni, relegandolo a semplice mezzo per concepire e condannando ogni altro legato al puro e semplice piacere legato all'amore fra due persone (copia invece considerata da Dio come cosa buona, come si legge nel Cantico), chissà quanto ci vorrà ancora prima che sia accettato l'amore spirituale e fisico fra persone dello stesso sesso. 

Ma io davvero non riesco a capire dove sia il "male". A chi fanno male? Chi danneggiano? 

Si continua a riportare il versetto della Bibbia che recita: (Levitico 18,22)

"Non avrai con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna: è cosa abominevole." E anche: (Levitico 20,13) "Se uno ha con un uomo relazioni sessuali come si hanno con una donna, tutti e due hanno commesso una cosa abominevole; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro".

Allora, se va preso alla lettera, senza farne una lettura critica (per chi è stato scritto? In che epoca? Per quale motivo? C'era una polemica con lo stile di vita, con la cultura, greca? Ecc...), allora va presa alla lettera anche la parte seguente, quella in cui i due innamorati vanno messi a morte, non vi pare? 

Un altro Dio in cui non credo è quello che secondo alcuni starebbe dalla loro parte, dalla parte di chi giustifica il proprio odio verso alcune persone mentre sventola vangeli e rosari, che probabilmente non sono mai stati usati per il loro scopo. Vangeli di cui non hanno probabilmente letto nemmeno una pagina, dato che le persone bersaglio del loro odio sono proprio quelle che Gesù mette al primo posto. Il Dio che piaceva tanto ad alcuni autori della Bibbia: il dio degli eserciti, vendicativo, che stermina chiunque vi si opponga, che punisce fino alla settima generazione chi osa mettersi contro di lui, che incenerisce intere città e fa nascere persone malate a causa dei peccati commessi dai genitori ecc...

Il Dio in cui non credo è quello che combatte al fianco di chi, nel suo nome, cerca di sterminare in modo sistematico un popolo. Fisicamente e psicologicamente. Distruggendo, rubando, togliendo la dignità a persone che vengano considerate animali, nemici per il solo fatto di esistere, privi di ogni diritto. E tutto questo usando la scusa che Dio avrebbe dato loro quel fazzoletto di terra. A loro e a nessun altro. Tutto ciò per nascondere interessi ben più reali, politici ed economici. Come se davvero Dio volesse che un popolo fosse sterminato in suo nome. Lui, che ha creato ogni essere vivente, vorrebbe che le sue creature fossero uccise da altre sue creature. Ma non è assurdo, questo?

No, io non credo in questo Dio, in questi dèi, in questa idea che ci siano esseri umani più o meno degni di questo nome e altri che, invece, ne hanno solo le sembianze e sono indegni di possedere qualsiasi diritto, fosse anche solo quello alla vita. 

Il Dio della Bibbia non ha creato esseri umani di serie A e di serie Z, ha creato tutti allo stesso modo, con lo stesso amore. Gesù non si è sacrificato per me "donna, Cristiana, etero, bianca", ma per tutti. E, con buona pace di chi non considera esseri umani tutti quelli che non rientrano nei suoi canoni, Gesù ha detto che tutti coloro che noi consideriamo ultimi ci passeranno avanti, un giorno. Sarà davvero divertente vedere le nostre facce da detentori di ogni diritto, allora. Sarà un bello smacco vedere che gli ultimi saremo proprio noi.


Immagine da Pexels-Cottonbro

mercoledì 19 maggio 2021

Tre, due uno...contatto!

Tempo fa ho scritto un articolo sulla aspettative, quale che ognuno di noi ha prima di affrontare una situazione e che, di solito, ci fregano perché poi la realtà si presenta diversa (lo potete trovare qui ).

Quando si parla di bambini, ci sono aspettative un po' su ogni aspetto della vita con loro. Ad esempio una cosa frequente che mi trovo a gestire come Consulente è il disorientamento delle mamme di fronte al bisogno estremo di contatto che i bambini hanno, al loro bisogno di averci vicino, di non essere soddisfatti dal semplice contatto visivo o vocale ("sono qui accanto, tranquillo").

Bambini che non stanno più di alcuni minuti nella culla, nella palestrina, nel box, ecc... 

E le mamme sono sommerse di accuse ("è colpa tua, lo hai viziato", "è colpa tua, perché lo allatti") e di consigli ("lasciarlo piangere, vedrai che si abitua", "deve capire che non esiste solo lui", "non è lui che comanda"). Le mamme affermano cose come "eppure ha i suoi pelouches, la sua giostrina, il carillon, il ciuccio..."

E quello che mi dicono nei loro sfoghi è "ma vuole sempre starmi addosso!", "Non mi lascia il tempo di fare nulla", "non vuole dormire nella sua culletta", "a tavola, dopo cinque minuti, vuole venire sulle mie gambe" ecc...


C'è questa idea che chiedere contatto fisico sia sbagliato, che avere bisogno di qualcuno vicino sia dannoso, che i bambini debbano imparare a fare a meno dei genitori: addormentarsi da soli, consolarsi da soli, giocare da soli...

Che tutto questo sia utile a diventare "indipendenti".

E la cosa buffa è che questo viene applicato anche agli animali da compagnia. Il cane da solo in casa abbaia? Lasciagli la tv accesa, così crederà ci sia qualcuno in casa, lasciagli dei giochi a disposizione, che abbiano il tuo odore sopra. Il gatto fa pipì sul letto o mostra altro segnali di disagio perché si sente solo? Dagli la pallina che si muova da sola, il pesce elettrico che si muove come uno vero e così via...

Insomma, i nostri animali hanno bisogno della nostra presenza, della nostra compagnia, di starci vicino e noi gli offriamo dei surrogati.

E li offriamo anche ai nostri figli, non sia mai che poi "si abituino".

Quando diciamo che vogliamo che siano indipendenti, in realtà intendiamo che abbiamo il desiderio che... Ci lascino un po' in pace. 

Perché se davvero volessimo la loro indipendenza vorremmo che decidessero tutto da soli, mangiassero quello che vogliono quando vogliono, dormissero quando vogliono e, se sono grandicelli, uscissero da soli, si facessero da mangiare ecc... Invece noi vogliamo che facciano tutto quello che diciamo loro, ma... Che non disturbino. Che se ne stiano tranquilli senza richiedere in continuazione.

È difficile avere sempre addosso un bambino, non siamo abituati a questo contatto continuo. E nemmeno la nostra società è progettata per fare sì che i genitori possano soddisfare questo bisogno dei loro bambini (pensiamo invece a società rurali come un villaggio africano in cui la madre svolge tutte le sue normali attività con il bambino sulla schiena e spesso il bambino viene portato da altri membri della famiglia, ma non viene mai lasciato giù, finché non sa camminare bene da solo). A volte, quindi, siamo sopraffatte da questo loro bisogno (a questo proposito ecco il bellissimo articolo di Antonella Sagone "Basta, non mi toccare più!", che potete leggere qui). Un altro bellissimo articolo che mi piace sempre condividere e che spiega bene il bisogno dei bambini di averci sempre vicino è questo, della mia amica Veronica, dal titolo "e se arriva l'anaconda?", che potete leggere qui

Il bisogno di contatto non è prerogativa dei bambini allattati, ma di ogni neonato. Molte mamme mi chiedono come smettere di allattare, così che il loro bambino "impari a stare da solo", soprattutto la notte. Ma smettere di allattare non farà sì che il vostro piccolino non abbia più bisogno di conforto, contatto, sicurezza.

Avrete solo bisogno di trovare altri modi per soddisfare questo bisogno, anche di notte.

Ma davvero stare soli, non "eccedere" nel contatto, imparare a consolarsi con degli oggetti, aiuta? 

Pensiamo al periodo che stiamo vivendo, in cui i contatti fisici sono limitati, al periodo della chiusura iniziale, soprattutto, quando non si poteva neanche uscire o vedere gli altri membri della famiglia che non vivessero nella stessa casa. Eppure avevamo un sacco di oggetti, per consolarci e passare il tempo! Tv, cellulare, computer, con infinti giochini, film, musica... Avevamo e abbiamo cibo a volontà...

Ma quanto ci manca abbracciare un amico? Quanto ci manca stringere fra le nostre braccia la nostra più cara amica e stamparle un bacio su una guancia?

Ci è mancato e ci manca come l'aria toccarci, stringerci, annusare il profumo familiare dell'amico o della nonna...

E invece un neonato, che vive di sensazioni fisiche, che per nove mesi è stato nudo, massaggiato continuamente dalle pareti dell'utero, cullato e dondolato costantemente, che ha, come organo di senso più esteso e sensibile proprio la pelle, deve imparare a stare da solo.

Cosa si impara, dalla solitudine, dal self-soothing, come viene chiamata in inglese la capacità di calmarsi da soli, dal trovare conforto negli oggetti, anziché nelle persone? Forse si impara che non siamo poi così importanti, per cui dovrebbe prendersi cura di noi, visto che non viene quando lo chiamiamo. Forse si impara che non possiamo contare su nessuno, ma dobbiamo cavarcela da soli. Forse si impara che è meglio trovare conforto nel cibo, nella sigaretta, nel comprare un nuovo paio di scarpe, piuttosto che cercare conforto in una chiacchierata con un amico o fra le braccia di chi amiamo.

Vogliamo questo?

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Aggiungo all'ultimo momento il suggerimento di leggere il libro di Alessandra Bortolotti "...e se poi prendere il vizio?", che può aiutarvi non solo a capire i bisogni dei vostri bambini, ma anche a sapere che sono legittimi, sapere da dove nascono, sapere che il soddisfare questi bisogni non creerà pericolosi disturbi o "vizi", ma, anzi, aiuterà i vostri bambini a crescere sicuri e con una buona autostima, proprio perché quando un bisogno viene soddisfatto, esso sparisce e non lascia strascichi che poi si ripresentano anche molto avanti negli anni...



mercoledì 12 maggio 2021

Gaza, 2021

 «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Mi circondano tori numerosi,

mi assediano tori di Basan.

Spalancano contro di me la loro bocca

come leone che sbrana e ruggisce.

Come acqua sono versato,

sono slogate tutte le mie ossa.

Il mio cuore è come cera,

si fonde in mezzo alle mie viscere.

Ma tu, Signore, non stare lontano,

mia forza, accorri in mio aiuto.

Scampami dalla spada,

dalle unghie del cane la mia vita.

Salvami dalla bocca del leone

e dalle corna dei bufali.» (Sal 22,2. 13-15. 20-22)


Gaza, 11 maggio 2021



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Non riuscirò mai a capire perché un popolo che ha sofferto così tanto, anziché essere solidale con le sofferenze altrui, si sia trasformato da vittima a carnefice, quasi a cercare una sorta di vendetta, di rivalsa verso un altro popolo, anziché cercare di creare una società in cui non ci siano esclusi, marchiati, ghettizzati, oppressi, come loro sono stati un tempo. 

E nemmeno capisco come sia possibile che in tutto il mondo nessuna voce dai potenti di turno si levi per denunciare tutto questo. Sembra che il fatto che il popolo ebreo abbia sofferto li esima dall'essere accusati, quasi che fossero diventati intoccabili perché accusarli sarebbe farli soffrire ancora... 

P. S.: Moltissimi ebrei sono contro questa politica. Ma non sono abbastanza numerosi e potenti da cambiare le cose, da soli.

sabato 17 aprile 2021

Voglio smettere di allattare...

Foto di Giada e la sua mamma, Celeste

 "Ciao, sei una consulente? Volevo smettere di allattare e volevo sapere da te come fare"

Questa è la domanda che ricevo più spesso, negli ultimi tempi. Mi capita di chiedermi come mai questa sia la domanda più frequente, ultimamente, e come mai arrivi sempre da mamme di bambini nella fascia 16-22 mesi circa. Per la prima domanda, credo che ci possano essere diverse spiegazioni: La prima è che ancora l'allattamento oltre l'anno di età non viene considerato "normale" e quindi le mamme vengono inondate da critiche e inviti a smettere il prima possibile. Un'altra possibile spiegazione è che la maggior parte dei bambini, a quest'età, ha un aumento delle richieste, mentre invece l'aspettativa che hanno le mamme è che più crescono e meno dovrebbero chiedere il seno. Tutto questo può portare a frustrazione e risentimento o irritazione verso l'allattamento e quindi si pensa che, smettendo, il bambino diventerà meno "richiedente" e più facilmente gestibile.

Alla seconda domanda è facile rispondere: a questa età i bambini fanno tanti cambiamenti, sono in un periodo straordinario della loro crescita e chiedere così spesso di poppare è un po' come prendere la rincorsa per lanciarsi verso un salto: si va un po' indietro per prendere più sicurezza e slancio.

Ho notato, nella mia esperienza, che più si cerca di limitare questa richiesta e più essa aumenta, come se il bambino si sentisse preoccupato di perdere questa importante forma di relazione con la mamma e quindi si attaccasse "con le unghie e con i denti" per paura di perderla. Noto questo anche nei bambini che aumentano i risvegli notturni. Le mamme spesso mi dicono: "di giorno sono riuscita a togliere le poppate, ma di notte sono aumentate". È mia opinione, dato che sappiamo che un bisogno non soddisfatto prima o poi si ripresenta sotto altre forme, che siccome il bisogno di suzione, contatto e rassicurazione che i bambini soddisfano al seno è particolarmente forte in questo periodo, l'istinto cerca in qualche modo di soddisfare questo bisogno nell'unico momento in cui è possibile farlo. Questo non significa che i bambini si svegliano di proposito, volontariamente, per chiedere il seno, questo non è possibile per nessuno: nessuno può decidere di svegliarsi volontariamente. Quelli che voglio dire è che, essendo un bisogno fisiologico, in qualche modo l'organismo cerca di spingere il bambino verso la soddisfazione di quel bisogno e quindi possono aumentare i risvegli. Anche l'età, come dicevo prima, particolarmente impegnativa, porta i bambini ad avere più risvegli; quindi, se facciamo un mix di tutto questo, otteniamo una richiesta più frequente, la notte...

Davanti alla frequente richiesta di poppare che hanno spesso i bambini nel secondo anno, molte mamme si esprimono definendo questo atteggiamento "morboso", affermano che i bambini sono "ossessionati dalla tetta". Ma non c'è nulla di "morboso" in un bambino che cerca la sua mamma. I bambini non allattati attraversano anch'essi un periodo in cui richiedono continuamente le attenzioni materne e, anziché "mamma tetta" diranno solo "mamma" 20.000 volte al giorno... Per il vocabolario, morboso significa "che è proprio di un morbo", che ha significato patologico, che porta una malattia. In senso figurato significa "che denota eccessività rispetto alla norma" (Treccani). Un bambino di un anno e mezzo che cerca conforto e sicurezza fra le braccia della sua mamma e/o nel suo seno, non è né patologico, né fuori dalla norma biologica. Il semplice fatto che la quasi totalità dei bambini, a questa età, si comporti così, è indice evidente del fatto che sia un comportamento normale.

Per questo, cercare di smettere di allattare in questo periodo è, di solito, il momento in cui è più difficile; proprio perché i bambini ne hanno un bisogno maggiore. Eliminare le poppate non farà sì che il bambino abbia meno bisogno della mamma. Occorrerà quindi essere consapevoli che, per cercare di sopperire alla mancanza di esse, sarà necessario trovare altri modi per offrire conforto e attenzioni, spesso in misura maggiore. Proprio perché noi non siamo un biberon, siamo la mamma ed è di noi che il bambino ha bisogno. 

Mi verrebbe da dire che cercare di smettere proprio nel momento in cui il bambino mostra di averne più bisogno non sia una grande idea, ma spesso è proprio questa richiesta così frequente che rende le madri nervose e stanche e le spinge a desiderare che il bambino smetta di chiedere continuamente, notte giorno. Direi quasi che si cade in un circolo vizioso: il bambino aumenta la richiesta; la madre cerca di frenare questa richiesta; il bambino, preoccupato, chiede ancora di più; la madre diventa ancora più insofferente... Ma se la mamma sente che l'unica soluzione che potrebbe farla stare meglio è smettere o se comunque il gesto di allattare è diventato fonte di insofferenza, si può provare a fare un percorso che cerchi di fare accettare la cosa al bambino nel modo meno traumatico possibile.

Quindi, che fare, se si desidera davvero smettere oppure porre un freno alle poppate?

Io suggerisco sempre una consulenza fatta con calma, in cui sia possibile anche osservare il bambino, il suo comportamento, il suo carattere, per avere un minimo di conoscenza che permetta di capire cosa potrebbe funzionare con lui o lei. Ma queste consulenze sono per me momenti in cui mi sento sempre in difficoltà, anche dopo vent'anni.

Perché io non ho una ricetta magica.

Non ho un "metodo" valido per tutti.

Non ho un metodo "EASY" (End Allattamento Semplice for You 😂)

Ogni mamma conosce il suo bambino e può capire come accompagnarlo in questo percorso, se per lei non è fattibile aspettare che il bambino smetta da solo (sì, tutti i bambini smettono di aver bisogno di poppare, prima o poi, anche quando noi non facciamo nulla per spingerli in questa direzione. Nessuno poppa "fino a diciotto anni" 😅, ma nemmeno fino a dieci!!). Io posso fornire spunti di riflessione, idee, ma non ho una soluzione "ready-to-use".

Questo a volte mi fa sentire molto inadeguata, vedo che alcune mamme si aspettavano una soluzione rapida e facile e restano deluse. Ma l'allattamento è una relazione fra due persone, io ne sono al di fuori e non ho il diritto di entrare a gamba tesa in una relazione così profonda e delicata come quella fra una mamma e il suo bambino, quindi quello che posso fare, che faccio, è cercare di aiutare la mamma a trovare la sua strada, non la mia; a tirare fuori le sue risorse, le sue capacità, per capire cosa può funzionare nella sua situazione.

E sono sicura che ogni mamma abbia le capacità per farlo, se solo ascolta se stessa e il suo bambino e non tutto il coro di voci esterne che le dice cosa "deve" o "non deve" fare.

Informatevi su cosa è fisiologico e "normale" per l'età del* vostr* bambin*.

Guardate il\la vostr* bambin*.

Ascoltate il vostro cuore. 

E troverete la soluzione.



Se poi volete leggere qualche suggerimento più pratico e qualche indicazione più utile di questo articolo, Ecco qui due bellissimi articoli della collega Antonella Sagone https://antonellasagone.it/2021/05/15/smettere-di-allattare/

Foto di willsantt da Pexels

martedì 30 marzo 2021

Coniglietti innamorati

Avvicinandosi la Pasqua, mi sembra obbligatorio concentrarsi su coniglietti e affini...

Ecco qua Romeo e Giulietta versione amigurumi...


Lo schema è preso da https://www.ahookamigurumi.com/en/

lunedì 22 marzo 2021

Cos'è l'allattamento?

Anni fa ho scritto il mio primo articolo su come iniziare bene l'allattamento per il sito della associazione nata dall'idea di un gruppo di amiche e colleghe. Nel tempo ho modificato e ampliato quell'articolo per distribuirlo a mamme in attesa o "appena nate". Ma continuo a sentire che manca qualcosa. Anche se "tecnicamente" non mi sembra che manchi nulla, anche se parlo di cosa sia l'allattamento a richiesta, sento un senso di "freddo", quando lo leggo.

Col tempo, grazie all'amicizia con la mia splendida collega Rita Perduca, non mi sento più soddisfatta di essere solo la professionista che arriva quando un allattamento è compromesso, per cercare di sistemare le cose, per recuperare, per sollevare la mamma dal dolore ecc... 

Rita dice "io mi occupo della relazione, l'allattamento è relazione e sono fortemente convinta che tutto quello che siamo parta da lì" (Rita, correggimi se sbaglio).

È così.

Inutile parlare di come ottenere un buon attacco o di cosa significhi allattare a richiesta, se non si parte dalla relazione.

Ad esempio: perché è importante il pelle a pelle immediato dopo la nascita? Si possono portare mille motivi medici tutti veri e validi, ma il più importante, qual è? L'incontro fra la madre e il suo bambino, fra il bambino e sua madre. Il primo sguardo fra di loro. Il ritrovarsi dopo l'esperienza travolgente del parto, dopo che non siamo più legati uno all'altra, che non siamo più uno dentro l'altra. Il momento in cui il bambino, perfettamente competente, striscia e si dirige verso il seno della madre e fa la sua prima poppata o comunque il suo primo tentativo.

Un momento sacro, che nessuno dovrebbe disturbare.

Cos'è, quindi allattare? 

Solo un modo per nutrire il bambino? 

Allora perché non tirare il latte e farlo dare da chiunque, se non abbiamo "tempo"?

Solo un modo per "creare un legame"?

Allora le madri adottive o quelle che non allattano, non creano un legame col figlio? Sappiamo bene che non è così.

Allattare è tutto questo, ma anche molto di più.

È, appunto, creare una relazione con un'altra persona, totalmente dipendente da noi per soddisfare le sue necessità, eppure così altamente competente e consapevole dei propri bisogni e capace di chiedere ciò che gli spetta.

Se viene allattato a richiesta e se viene risposto prontamente alle sue richieste, non sarà “viziato” o  “dipendente”, sarà, al contrario, una persona indipendente, perché non deve, appunto, dipendere dalla decisione dell'adulto se nutrirlo o meno, se prenderlo in braccio oppure no. Sarà sicuro di sé, perché si sentirà capace di comunicare i suoi bisogni e affinerà sempre più questa capacità.

Allattare è anche venire in contatto con la parte più istintiva di noi stesse, che può spaventare, preoccupare, sconvolgere la razionalità che per alcune persone è così importante (ricordo una coppia in cui entrambi erano matematici e quindi scrivevano meticolosamente su un quadernetto tutte le poppate, gli orari, i grammi assunti, la crescita... A loro dava un senso di sicurezza, ma vedere che non c'era un "ordine" gli creava preoccupazione). Lasciarsi andare può essere estremamente difficile, per qualcuno.

Allattare è venire in contatto con quello che siamo state. Con la nostra bambina interiore, con il modo in cui siano state cresciute, con i dolori, gli strappi, le paure vissute da piccole e che abbiamo così faticosamente nascosto sotto al tappeto del cuore. Può essere devastante. Il pianto del nostro bambino può risvegliare in noi il nostro stesso pianto di neonate non ascoltate, chiuse in cameretta da sole "così non prende il vizio", "vedrai che alla fine smette", "gli si allargano i polmoni"... E questo può fare un male atroce. 

Scoprire che le persone che più amavamo al mondo, che più ci dovevano amare, ci hanno anche fatto soffrire - involontariamente!!!! - fa così male che cerchiamo di nasconderlo. Ma quando sentiamo piangere il nostro bambino non possiamo più fingere e veniamo scosse fino nei più profondi abissi dell'anima.

 Allattare è uscire un attimo dal mondo che corre, per essere sole con la persona che amiamo di più al mondo, quella che ci sta guardando in un modo un cui nessun altro mai al mondo, per tutta la vita, ci guarderà; con un amore che nessun altro al mondo sarà in grado di darci.

E spesso, in un mondo come questo, votato all'efficienza, fermarsi è considerato un'inutile perdita di tempo. Ricordo che quando allattavo il mio primo bambino dissi al mio migliore amico Giulio che mi sembrava di "perdere tempo", a stare così tante ore seduta ad allattare. Lui mi rispose una cosa che adesso amo condividere con le madri che mi chiamano: "stai facendo la cosa più importante del mondo: stai crescendo un essere umano. La polvere si mobili ce l'avrai tutta la vita, tuo figlio piccolo, no".

 Una grande lezione.

 Allattare è tutto questo, ma anche di più (ognuno può mettere qui sotto ciò che significa per lei - o per lui, perché significa qualcosa anche per i padri).

 Se c'è qualcosa di irrisolto dentro di noi, se ci sono conflitti, se non riusciamo ad entrare in connessione con nostro bambino perché bombardate da consigli, interferenze, accuse, sensi di colpa, "cose da fare", sarà difficile fare partire un "buon allattamento", un allattamento che ci procuri soddisfazione e benessere. 

Certo, poi ci sono le evidenze scientifiche, le tecniche per aiutare un bambino ad attaccarsi bene, per far si che riceva latte a sufficienza ecc... Ma quante di queste cose sarebbero necessarie, se non in casi estremi, se tutto potesse partire in modo naturale? Se una madre potesse creare fin dai primi secondi un legame, una relazione salda e sicura col suo bambino, anziché venire allontanata, sminuita, lasciata senza informazioni, abbandonata a se stessa, fatta oggetto di pretese perché deve essere "come prima", madre, moglie, casalinga perfetta e, possibilmente, grande lavoratrice?

Foto di Jessika Arraes da Pexels

domenica 7 marzo 2021

Deve fare il "callo"?

 “Deve fare il callo”?

Quante volte avete sentito o vi è stata detta direttamente, questa frase, parlando del capezzolo in relazione ai primi tempi dell'allattamento?

Quanti consigli su “stringere i denti”, “usare un asciugamano ruvido” (se non addirittura un guanto di crine!) e così via?

Forse alcune di noi ci hanno anche provato...

Ebbene, niente di tutto questo è necessario (buona notizia per I tempi di crisi: non occorre che spendiate soldi per un guanto di crine; piuttosto investiteli in un... bel gelato!).

Il capezzolo è, sicuramente, una parte delicata del nostro corpo, ma, proprio per questo, deve essere trattata delicatamente!

Quando un bambino poppa al seno, il capezzolo finisce nel fondo della bocca, alla giunzione fra palato duro e palato molle, dove la lingua non può arrivare a danneggiarlo strofinandolo e dove le gengive non possono ferirlo stringendolo.

Il bambino, infatti, per effettuare una suzione efficace, deve massaggiare l'areola – e non il capezzolo – con la lingua.

Quando questo non avviene, la mamma avvertirà subito dolore, che persiste per tutta la poppata. Se non si interviene presto, la mamma può ritrovarsi con ferite sanguinanti, che rendono estremamente dolorosa la poppata e non solo (spesso non si sopporta nemmeno il tocco dei vestiti sulla pelle!). Viene solo voglia di scappare via, altro che di allattare!

È evidente, infine, che se il bambino non sta poppando correttamente non riuscirà nemmeno a prendere tutto il latte che gli serve, con conseguente pianto continuo, scarsa crescita, poppate lunghissime e ravvicinate...

I motivi per cui un bambino può non avere un buon attacco o una buona suzione sono vari:

mancanza del primo contatto e quindi della prima poppata nell'immediato post-parto; uso di ciuccio o biberon; frenulo linguale corto; errato posizionamento al seno; forte riflesso di emissione che porta il bambino a stringere il capezzolo per frenare il flusso del latte, ecc...

In ogni modo, una Consulente IBCLC saprà valutare caso per caso il motivo e le soluzioni relative.

Quello che è importante sapere, comunque, è che allattare NON DEVE FARE MALE.

Non è “normale” sentire dolore. Tanto è diffusa questa idea che una mamma mi ha riferito di non essere sicura che la sua bambina poppasse bene perché lei non sentiva dolore e non aveva mai avuto le ragadi!!

Le primissime poppate possono essere un po' fastidiose, per la sensazione di stiramento dei tessuti, ma il fastidio dovrebbe durare meno di un minuto e comunque scomparire entro pochi giorni.

Se invece provate dolore per tutta la poppata e il capezzolo, al momento in cui il bambino si stacca, è deformato, schiacciato (come la punta di un rossetto), sbiancato, controllate subito la posizione al seno e l’attacco o, meglio ancora, chiamate una IBCLC!

Non aspettate “stringendo i denti”, perché non è vero che “poi passa”.

Più si aspetta e più è facile che il capezzolo si spacchi e sanguini, rendendo un momento che dovrebbe essere piacevole, rilassante e “normale”, qualcosa di estremamente doloroso e fonte di stress sia per la mamma che per il bambino.


Foto da: https://it.freepik.com/foto-premium/mamma-stanca-cercando-di-calmare-il-suo-bambino-che-piange_8438878.htm