domenica 27 marzo 2022

Il padre misericordioso


O
ggi abbiamo ascoltato quella che a mio parere è una delle più belle e commoventi parabole del Vangelo, quella del "padre misericordioso", conosciuta per troppo tempo come "la parabola del figliol prodigo". In realtà il protagonista della storia non è il figlio, ma il padre, un padre che non riesce a dire di no al figlio, che lo ama così tanto da lasciarlo libero di scegliere la sua strada. Non gli chiede cosa ne vuol fare della sua parte di eredità, non gli fa raccomandazioni, non gli rinfaccia i "sacrifici" fatti per lui, non gli chiede nemmeno perché vuole andarsene. 
Quanto può soffrire un padre di fronte ad un figlio che se ne va senza una parola? Eppure questo padre lascia andare il giovane e, quando questi ritorna, è talmente felice che non gli lascia nemmeno finire la frase che il ragazzo si era preparato per farsi riprendere in casa. 
Gesù non ci dice che il figlio torna perché si è reso conto di aver sbagliato, buttando la sua vita. Il giovane non sembra pentito, torna solo perché ha fame e non ha più soldi e si prepara una frase commovente da dire al padre. Io, da quando ricordo, ho sempre avuto la sensazione che il figlio pensi questa frase proprio con l'intento di commuovere il padre e farsi riprendere da lui. Non perché realmente pentito. Comunque sia il padre corre incontro al figlio quando egli è ancora lontano è quasi non lo fa finire di parlare. 
Dio ci viene incontro prima ancora che noi iniziamo a pregare.
Lui è lì, sulla soglia di casa, ad aspettarci e non vede l'ora di fare festa con noi. Credo che solo in quel momento il figlio abbia capito tutto l'amore del padre e tutti i suoi errori.
Forse se ne era andato perché, come tanti giovani, era in conflitto con i genitori e voleva di fare di testa sua? Forse pensava che il padre preferisse il figlio "bravo e diligente"? Fatto sta che sono sicura che nel momento in cui è tornato a casa abbia capito tutto l'amore che il padre aveva per lui.
Non posso fare a meno di commuovermi pensando ad un Dio che ogni giorno si affaccia alla porta di casa col cuore gonfio, aspettando il mio ritorno, per poi corrermi incontro per abbracciarmi e baciarmi. Come madre, so quanta angoscia prende quando un figlio ritarda o magari è uscito sbattendo la porta e so quanto scoppia d'amore e di gioia il cuore quando lo vedi tornare, sano e salvo. 
Non riempie forse l'anima di tenerezza, gioia, incredulità, sapere che Dio prova questo per ognuno di noi? 

E questo padre e altrettanto paziente con l'altro figlio. Anche qui, nella mia mente, ha sempre avuto l'impressione che questo figlio facesse "il bravo ragazzo" sperando di ottenere qualcosa di più, magari la preferenza del padre, anziché fare tutto per amore verso di lui.
Ma il padre, anche qui, non gli rinfaccio nulla, sembra anzi quasi stupito e triste per ciò che il figlio dice. Quasi come se da un momento all'altro dovesse aggiungere che sarebbe bastato chiederlo o prenderlo da solo, il capretto per fare festa! Ma non lo fa, anche qui non rinfaccia nulla accoglie il malessere del figlio e gli parla con amore e pazienza.
Sembra anche stupito del fatto che il figlio non gioisca allo stesso suo modo per aver ritrovato il fratello.

In questa storia potremmo anche ipotizzare che ci sia un terzo figlio, un figlio che non ha mai dato problemi, che ha sempre fatto quello che gli era stato chiesto, che non si è mai ribellato, un figlio che, al contrario, ha sempre fatto tutto per amore del padre e ha sempre sentito questo stesso amore da parte del padre, verso di lui. Questo figlio sarebbe Gesù stesso, che ha col padre un rapporto stretto di amore, un desiderio di compiacere il padre non per ricevere approvazione, premi o riconoscimenti, ma solo per uno scambio di amore l'uno con l'altro. Un figlio che non se ne va, ma ama così tanto il padre da fidarsi di lui anche fino alla morte.

Una cosa che invece mi sono sempre chiesta è come mai nel suo racconto Gesù non faccia mandare a chiamare il figlio che era nei campi, perché torni per fare festa col fratello... chissà perché.

Resta comunque la figura di un padre che ci lascia liberi di restare o andarcene e, anzi, se vogliamo partire, non ci lascia nemmeno andare a mani vuote. 
Un padre che è sempre lì, ad aspettarci ed accoglierci a braccia aperte se vogliamo tornare. Non solo ci aspetta, ma ogni giorno controlla se arriviamo, per poterci scorgere da lontano e che non aspetta neanche che gli chiediamo perdono: non ci lascia nemmeno finire di parlare, perché ci viene incontro prima ancora che iniziamo a farlo. 
Non ci chiede nulla, non ci rinfaccia nulla.
Nessun "te l'avevo detto", nessun "Come hai potuto farmi questo?". 
Nulla.
Ci abbraccia, ci bacia, ci lava e ci veste e fa festa con noi, per noi. 
Come fa a resistere ad un amore così?

Pompeo Batoni - il ritorno del figliol prodigo



martedì 15 marzo 2022

Perché Dio non interviene?

Tutti coloro che si occupano di psicologia ed educazione sono concordi nell'affermare che il cosiddetto "genitore spazzaneve" - quello cioè che cerca di spianare la strada davanti al figlio, cercando di evitargli problemi e difficoltà - in realtà non fa il bene del figlio, perché gli impedisce di crescere, di imparare a gestire le difficoltà della vita, di imparare a trovare soluzioni personali ai problemi... 

Riportando questo discorso alla fede, stavo pensando che noi, quando preghiamo, spesso chiediamo a Dio proprio di essere il nostro "spazzaneve" ed eliminare i nostri problemi.
Se da una parte è giusto chiedere ad genitore di essere aiutati nelle difficoltà, dall'altra se vediamo davvero Dio come un genitore, allora il suo aiuto non può essere quello di un "deus ex machina" che si cala dall'alto per sistemare tutto.

Gesù non è venuto per risolvere i nostri problemi. Ha camminato accanto a noi e ha preso su di sé le nostre gioie, le nostre fatiche e i nostri stessi dolori. Ci ha chiamato amici e come un amico ci sta accanto, ci sostiene, ci guida, ma non si sostituisce a noi. Dio non è un distributore di "Grazie". non è uno "spazzaneve". È un padre, una madre, che ci indica la strada, la percorre al nostro fianco, ci incoraggia, ci sostiene, ci dà la forza.
Se intervenisse sempre a risolvere i problemi non sarebbe più un Dio che ci lascia liberi, sarebbe un burattinaio, che muove gli uomini secondo la sua volontà. C'è la guerra? "Dio ti prego fa che cessi la guerra" e Dio scende da una nube nel mezzo dei due schieramenti per fermare le armi degli uomini. È questo il Dio che vogliamo?
Non è forse meglio invece chiedergli di suscitare desiderio di pace, di dialogo, nel cuore delle persone che sono "al comando"? Chiedergli di dare coraggio ad un numero sempre più alto di persone che protestano, si rifiutino di combattere, manifestino, si muovono in ogni direzione per costruire la pace... In questo modo è l'uomo che agisce con il sostegno di Dio, come un padre che sta accanto al figlio che muove i primi passi.

Dio non vuole certo guerre, fame, ingiustizie, inquinamento... Ma ha così tanto rispetto per la libertà dell'uomo che lo lascia libero di scegliere il suo cammino.
Quando ci chiediamo perché Dio permette tutto questo, forse dovremmo pensare al fatto che Dio sono migliaia di anni che ci dice come fare per evitare tutto questo, ha anche fatto il gesto estremo di mandare suo figlio per portare parole di pace e di amore, ma la risposta è stata quella di farlo fuori per farlo tacere.

Adesso tocca all'uomo darsi da fare, per cambiare le sorti del mondo. Una vecchia preghiera di Raoul Follerau di quando ero bambina, recitava: "Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare oggi il suo lavoro"

Foto di mododeolhar da Pexels




venerdì 11 marzo 2022

Si vis pacem... Para pacem! ☮️🏳️‍🌈♥️

Tutti vogliamo un mondo in pace. E mai come oggi, in cui non si tratta più di una guerra circoscritta a due fazioni opposte, ma rischia di coinvolgere l'intero pianeta. 
Ma cosa possiamo fare noi, in concreto, per costruire la pace? Non abbiamo potere decisionale, non abbiamo peso politico (perlomeno non come singoli individui, ma lo abbiamo se formiamo una comunità unita e che si mette in azione)...
Però, se davvero vogliamo la pace, dovremmo prima capire cosa significhi. Non è "pace" la semplice assenza di guerra. Perché, anche se è una buona cosa per la società, il fatto che non vengano scatenati conflitti armati, fintanto che non si educano le persone alla pace, il conflitto sarà sempre dietro l'angolo, pronto a scattare alla prima occasione, alla prima "provocazione".
Noi che inneggiamo alla pace, che in questi giorni mettiamo bandiere arcobaleno sui nostri profili e alle nostre finestre, cosa facciamo, realmente, per costruire un mondo di pace?
Siamo in pace col nostro vicino, oppure, se ci crea un fastidio, anziché discuterne con calma, cerchiamo il modo di "fargliela pagare"? 
Come reagiamo, se una persona ci taglia la strada o ci fa un qualche altro sgarbo, in macchina? Scendiamo urlando, pronti a fare volare parole pesanti o peggio, oppure discutiamo civilmente?
Se il nostro bambino riceve una spinta da un altro bambino, gli diciamo "la prossima volta tu dagliene una più forte", oppure gli diciamo di chiedere aiuto ad un adulto, di allontanarsi, di parlare col "colpevole"?
Se il nostro bambino combina un disastro, gli spieghiamo cosa ha sbagliato, oppure gli molliamo uno sculaccione e lo chiudiamo in camera sua "così impara"?
A scuola insegnamo ai ragazzi la collaborazione, oppure li spingiamo a primeggiare o li umiliamo con "vedi, Luca? Lui si che studia, mica come te!"
E così via...
Ogni piccolo gesto, ogni semplice frase, può essere un piccolo seme, "perché la pace, come grano al sole, cresca e poi diventi il pane d'oro, per tutta la gente" ("caro Gesù, ti scrivo", zecchino d'oro)
E forse così cresceremo generazioni di giovani che si rifiuteranno di imbracciare un fucile o salire su un caccia. Perché senza soldati che obbediscono agli ordini, i grandi capi che vogliono la guerra dovranno affrontarsi personalmente, uno di fronte all'altro, perché non ci sarà nessuno disposto a combattere.



venerdì 4 febbraio 2022

Il tuo latte è acqua!



Uno dei miei più comuni riguardo allattamento è quello del latte che "perde sostanza", "diventa acqua" col passare dei mesi ed è uno di quelli di cui mi è stato richiesto più spesso di parlare. La cosa interessante è notare Come ogni persona che fa questa affermazione abbia in mente una "data di scadenza" diversa: Chi sei mesi, chi un anno, chi un anno e mezzo o due... Ma se questa affermazione avesse qualche base scientifica dovrebbe esserci un limite temporale uguale per tutte le mamme, non credete? Al contrario, le ricerche dimostrano proprio l'opposto, Cioè come il latte materno aumenti alcune delle sue proprietà proprio dopo l'anno di allattamento. Potete trovare QUI un'immagine che ne descrive le proprietà, sulla rivista "Un pediatra per amico", redatta dai pediatri ed altri professionisti della salute infantile.  
Ma allora perché circola questa strana idea? Perché il seno sembra essere l'unica ghiandola del corpo umano ad avere una data di scadenza?
Perché nessuno si preoccupa se il latte prodotto da una mucca, che in natura allattante per circa un anno, dopo anni sia ancora nutrizionalmente adeguato, mentre invece questo dubbio viene per gli esseri umani, che sarebbero predisposti dalla natura per allattare alcuni anni? Potreste rispondere perché le mucche sono state selezionate per questo, ma sono state selezionate per produrre abnormi quantità di latte, ma questo non incide sulla durata e sulla qualità. 
Ogni mammifero che allatti seguendo i tempi di svezzamento naturali del suo cucciolo produrrà sempre un latte nutrizionalmente adeguato. E noi siamo mammiferi.
Il seno è una ghiandola (un insieme di ghiandole, in realtà), che, sotto un determinato stimolo, produce la sostanza che biologicamente predisposta a secernere. Come ogni altra ghiandola del nostro corpo. Qualcuno li ha mai detto che ormai, dopo tanti anni, La vostra saliva non è più saliva, ma qualcos'altro? O che le vostre lacrime sono esaurite oppure si sono trasformate in vino, succo di frutta o altro? Se una ghiandola funziona, produrrà ciò che deve, non qualcos'altro. Quindi come può il seno essere l'unica ghiandola che d'un tratto inizia a produrre una sostanza diversa da quella per cui è biologicamente programmato?
Alcuni dicono che il latte non diventa acqua e basta, ma acqua e zucchero. Anche qui sarebbe interessante capire come mai il corpo si "dimentichi" di inserire vitamine, sali minerali, anticorpi e tutto il resto, ma si ricordi di inserire lo zucchero!

Probabilmente questa convinzione nasce negli anni del "boom" della formula e del baby food, quando le ditte produttrici facevano martellanti campagne pubblicitarie per incentivarne l'uso. Si insinuava quindi nelle madri l'idea che dopo un certo tempo (tempo che, via via che questi prodotti prendevano piede, diventava sempre più breve) il latte materno diventasse insufficiente sia come quantità che - soprattutto - come qualità.
Ecco qui alcuni esempi di foto di pubblicità degli anni '70: 

Qui si afferma che "a due\tre mesi" il bambino ha già bisogno delle proteine della carne... Questo significa che le proteine del latte materno non sono adatte? Non sono sufficienti? Non sono nutrizionalmente valide? 

In questa pubblicità, invece, si dice chiaramente che a tre mesi il bambino ha finito le "tue" vitamine... Come se ne avesse fatta scorta chissà quando e nel latte non ci fosse nulla. Come si poteva sentire una mamma a cui veniva detto questo?
Questa addirittura insinua che si debba iniziare a dare altro a due mesi!


Ecco quindi che, per fortuna, venivano in soccorso i prodotti pubblicizzati, che, questi si, erano ricchi di vitamine, proteine, sali minerali e tutto ciò che serviva ad un bambino! Teniamo anche conto che il mondo "occidentale" usciva da secoli in cui la povertà e la fame erano cosa comune, soprattutto dopo le due guerre, di cui l'ultima ancora viva nei ricordi di tutti; di conseguenza l'idea di salute e benessere era vedere un bambino bello "rotondo", che mangiava "tanto".
Via via che le conoscenze sono aumentate, che sono stati effettuati sempre più studi e ricerche sull'inizio dell'alimentazione complementare, affermando che non va introdotto nulla prima del sesto mese compiuto, si è spostata in avanti anche l'età in cui si pensa che il latte diventi "acqua" e adesso si inizia a dirlo passato o sei mesi. In cinquant'anni circa abbiamo fatto un piccolo passo avanti, di circa tre mesi, almeno 😅
Forse chi fa queste affermazioni ci arriva attraverso un ragionamento del tipo: "se dopo i sei mesi il bambino ha bisogno di aggiungere altro alla sua alimentazione, significa che è perché nel latte non ci sono più sostanze nutritive".
Invece no! Significa semplicemente che i bambini crescono e cresce anche il loro fabbisogno di nutrienti, per cui va aggiunto qualcosa in più. Alcuni bambini continuano a crescere benissimo ancora per alcuni mesi, semplicemente aumentando la quantità di latte che assumono, ma la maggior parte dei piccoli a questa età è fortemente attratta da quello che vede fare ai genitori e desidera imitarli, cercando di afferrare portare alla bocca quello che osserva nel loro piatto.
Per quanto riguarda la tanto diffusa idea sulla carenza di ferro nel latte materno, c'è questo articolo della collega Antonella Sagone che spiega molto bene la questione. Del resto non sarebbe assurdo che la natura avesse dimenticato di inserire proprio un elemento così importante come il ferro nell'alimento che dovrebbe sostenere la crescita del bambino per i primi sei mesi in modo esclusivo, continuando ad essere l'alimento principale per tutto il primo anno? 
In conclusione, qualunque sia la durata del vostro allattamento, il vostro latte sarà sempre perfetto e conterrà esattamente tutto ciò che deve contenere, Nella quantità giusta per il vostro bambino

giovedì 6 gennaio 2022

Che ha detto, il papa?


"Non basta mettere al mondo un figlio per dire di esserne anche padri o madri. «Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti» (Lett. ap. Patris corde). Penso in modo particolare a tutti coloro che si aprono ad accogliere la vita attraverso la via dell’adozione, che è un atteggiamento così generoso e bello. Giuseppe ci mostra che questo tipo di legame non è secondario, non è un ripiego. Questo tipo di scelta è tra le forme più alte di amore e di paternità e maternità. Quanti bambini nel mondo aspettano che qualcuno si prenda cura di loro! E quanti coniugi desiderano essere padri e madri ma non riescono per motivi biologici; o, pur avendo già dei figli, vogliono condividere l’affetto familiare con chi ne è rimasto privo. Non bisogna avere paura di scegliere la via dell’adozione, di assumere il “rischio” dell’accoglienza."

Questo è un pezzo del discorso fatto da papa Francesco nell'udienza del 5 gennaio, giusto ieri, discorso da cui il popolo del web ha estratto solo un'altra piccola frecciatina sul fatto che molte persone trattano cani e gatti come se fossero figli e, magari, figli non ne vogliono. Ora, ammetto che al giorno d'oggi tante persone sono spaventate all'idea di aver figli perché preoccupate per il futuro, mentre altre proprio non ne sentono il desiderio (e sono convinta che in questi caso sia meglio evitare, perché un bambino ha bisogno di essere desiderato. Per non parlare poi di tutti quei bambini nati da persone che avrebbero fatto meglio ad evitare...), C'è da dire che molte sono impossibilitate ad averne per situazioni economiche precarie o perché non saprebbero come per gestire l'arrivo di un figlio senza nessun aiuto familiare e statale. Quindi se un appunto poteva essere fatto, forse è lì che si poteva ampliare il discorso. Invece è curioso che l'attenzione al discorso del papa si sia concentrata tutta su una piccola frase, estrapolandola dal contesto, dandole peraltro un significato che non mi sembra affatto fosse quello inteso da Francesco. 

Viene contestato al papa il fatto che la Chiesa consideri gli animali esseri inferiori, che condanni il fatto di amare gli animali agli stesso modo degli esseri umani e che l'amore verso il creato di cui parla la chiesa sia un amore che nasce da chi si sente superiore e si china verso l'altro in un gesto di benevolenza.

Io credo che la frase del papa volesse toccare quelle situazioni in cui le persone trattano cani e gatti come figli, umanizzandoli in modo ridicolo con vestiti, fiocchetti, occhiali da sole, e parlando di loro come "i miei bambini pelosi". Credo che questo atteggiamento nasconda un bisogno di riempire un vuoto di affetto che probabilmente nasce da molto lontano... Amare gli animali, amare il proprio cane o gatto significa invece permettere loro di condurre un'esistenza in cui possano esprimere e soddisfare i loro bisogni di specie, quelli verso il quale il loro istinto tende e senza i quali non possono davvero essere felici. 

Ma, al di là di questo, è innegabile che uomini e animali siano diversi, benché parte della stessa natura. Non siamo uguali agli animali, sebbene facciamo parte dello stesso "regno" e sebbene abbiamo la stessa natura. Siamo parte della stessa creazione, sia da un'ottica laica che da un'ottica cristiana. 

Però, anche evitando di parlare di anima e di creazione ad immagine di Dio, l'uomo ha raggiunto una situazione di "superiorità" intellettuale che non possiamo fingere che non esista. Inoltre è ovvio che la chiesa metta l'uomo al centro della creazione, visto che afferma che l'uomo è stato creato ad immagine di Dio, mentre gli animali no. Ma il fatto stesso di dire che l'uomo deve prendersi cura del creato perché come lui creatura di Dio, voluta e amata da Dio, pone comunque gli animali in una situazione di diritto al rispetto. La traduzione stessa della Bibbia riguardo alla creazione è errata e l'uomo non è stato messo a dominare, ma a custodire il creato. Questa parola implica l'evitare qualsiasi forma di prevaricazione e sfruttamento. Ma non perché spinti dalla "pietas", ma perché spinti dal rispetto e dall'amore che implica la parola "custodire". 



mercoledì 22 dicembre 2021

Natale 2021

Ed eccoci ancora qua.

Luminarie dappertutto, vetrine addobbate, gente che corre di qua e di là in fretta, carica di pacchi, spingendo carrelli pieni di ogni ben di Dio, sempre più in fretta, sempre più agitata: “e cosa regalo a zia Maria? E a mio cognato, che l'anno scorso ha fatto un regalo da poco a mio figlio, mentre io ho speso un patrimonio per il suo? E alla vicina? Non posso mica sfigurare, immaginati se poi mi fa un regalo di valore, che figura ci faccio…”

E poi cibo, cibo, cibo… tonnellate di cibo che spesso ci farà alzare da tavola con lo stomaco che scoppia…

Immagine da pexels.com

C'è qualcuno, là fuori, che ancora si ricordi cosa stiamo festeggiando? Perché corriamo come pazzi per giorni, per cercare regali che ci sentiamo obbligati a fare, pranzi e cene a cui non vorremmo partecipare? C'è ancora qualcuno che dà qualche significato, a tutto questo? (Si, per fortuna ci sono sempre persone che fanno i regali col cuore, per il piacere di farli e che amano passare un giorno con le persone care). No, per favore, non venitemi a raccontare che Natale esisteva già ed era una festa pagana. Certo, c'erano le feste dedicate al forno della luce, così che le giornate iniziano ad allungarsi di nuovo proprio in questi giorni. E certamente i primi cristiani scelsero questa data proprio per significare che la vera luce che nasce è Gesù: “veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”. Ma i cristiani non hanno “rubato” e fatta propria una festa già esistente. Hanno solo preso questa data come simbolo per una festa del tutto nuova: festeggiare la nascita di Gesù, luce per gli uomini, salvezza per le genti. Se nel mondo ci sono ancora persone che continuano a celebrare i riti legati a divinità celtiche, romane o altro, nessuno vieta loro di continuare a farlo.

Ma il Natale che tutti festeggiamo deriva dai festeggiamenti per la nascita di Gesù. L'idea del regali, che imita quelli portati dai “Magi” (infatti in alcune regioni i regali non arrivano il 25 dicembre, ma il 6 gennaio), il presepio, i canti, l’attesa, la veglia…

Eppure oggi nessuno sembra più ricordare Chi stiamo aspettando. 

I cristiani sono ormai una minoranza, seppure “sulla carta” siano ancora tanti perché il battesimo è ormai una tradizione e un rito scaramantico (c'è chi battezza “perché non si sa mai”, chi battezza perché lo vuole la nonna, chi battezza perché è una bella festa, ecc…) e mi chiedo quanti fra coloro che si dichiarano cristiani vivano con intensità, spirito di preghiera e di attesa il tempo dell’avvento, me compresa.

Eppure, mai come oggi, forse, abbiamo bisogno di una rinascita, abbiano bisogno di vedere la Luce fra di noi, di sentire parole di pace e di speranza…

“Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”.

Ma oggi, tanti bambini sono ucciso prima di nascere e nessuno vuole aspettare la loro venuta al mondo. Tanti bambini sono uccisi sotto le bombe, Sono lasciati morire in fondo al mare, in un lager libico, sono uccisi nelle favelas da droga e da “giustizieri”, sono lasciati morire di freddo nei boschi dell’Europa perché “non c'era posto, per loro”…

Milioni di bambini Gesù muoiono ogni giorno, nell’indifferenza del mondo, così come Gesù nacque nell'indifferenza dei potenti di un tempo. Bambini Gesù di ogni colore, di ogni lingua, di ogni religione. Bambini Gesù crocifissi prima del tempo.

Quest’anno, quante persone andranno alla messa di notte e poi, all’uscita, scanseranno con disgusto il povero che dorme sotto il porticato della chiesa o guarderanno con indifferenza l'ennesima notizia dell’affondamento di un barcone o addirittura esulteranno, col rosario in mano, perché è stata evitata l’invasione? Quante donne, madri, cristiane, saranno soddisfatte, osservando i propri figli pieno di cibo e regali, perché avranno chiuso la porta in faccia agli invasori che attentano alla sua “cultura”?

Quanti Gesù lasceremo fuori dalla nostra porta, questo Natale? Quando sarà che ci accorgeremo che Gesù non nasce nelle nostre chiese, ma per strada, ogni giorno? Nella casa della vicina che non ha nessuno che le fa visita, nel sacco a pelo della giovane coppia Afghana che è riuscita non si sa come ad arrivare fino a qui, ma che adesso non ha nulla e non sa dove andare; nella baracca in cui si stringono un gruppo di giovani nigeriani o siriani, che scappano dalla guerra; nella roulotte della famiglia Rom che rischia di vedere bruciati vivi i suoi figli perché non ha altri che un fuoco, per scaldarsi…

Andiamo alla Messa, certo, ma facciamo che questo sia il nostro “pieno di carburante” per affrontare poi il mondo con più amore, con lo sguardo più aperto verso gli altri, con lo spirito di chi quel bambino lo vuole accogliere dentro di sé, dare un posto nel suo cuore alla famiglia di Nazareth, rifiutata da tutti, a suo tempo, ma accolta da chi ha saputo guardare oltre, da chi ha ascoltato la voce degli angeli, da chi ha saputo leggere le stelle, guardando il cielo, cercando risposte, con il cuore aperto, senza pregiudizi ed egoismo. 





mercoledì 1 dicembre 2021

Quando ci vuole ci vuole??

Basta. Non ne posso più.
Non esistono "schiaffi educativi".
Non si viene su bene grazie agli sculaccioni ricevuti. Si viene su bene NONOSTANTE gli sculaccioni.
Io non ringrazio mia mamma per le due volte che mi ha colpito. Di una ricordo che stava malissimo e aveva chiesto mille volte a me e mio fratello di fare piano perché si sentiva male. Quando è partita una manata dietro la testa ho pensato: "cavolo, la mamma deve stare proprio male", perché non era mai successo. Ricordo benissimo l'angoscia, la paura della seconda volta; il pensiero "questa non è la mia mamma, che succede?" e non ricordo affatto il motivo della rabbia. Questo per dire che quei colpi non mi hanno insegnato niente. Non ho capito cosa avevo fatto di sbagliato, non ho corretto il mio comportamento per quei colpi. Capisco adesso il perché sia successo e non sono arrabbiata con lei, perché so che quello non era il suo modo di fare. Lei stava male, male sul serio e non è riuscita a fare diversamente, dopo averci provato a lungo.
Ma quello che sono, quello che i miei genitori mi hanno trasmesso e insegnato, i valori, l'amore, il saper stare con gli altri, il rispetto per ogni essere vivente e per tutto ciò che ci circonda, non me lo hanno insegnato quei due ceffoni.
Sono stati anni di presenza, affetto, dialogo, ascolto.
E di esempio.
Perché la prima cosa è l'esempio.
Come posso insegnare a mio figlio a non colpire nessuno, se lo colpisco io, per prima?
Con il mio terzo figlio, con cui ho sempre fatto fatica a relazionarmi perché abbiamo due caratteri che male si conciliano, sono arrivata a livelli di esasperazione tali che un giorno - avrà avuto sei anni? Non ricordo - gli ho mollato anche io una manata su una coscia. Lui mi ha guardato sconvolto e mi ha detto, piangendo: "tu dici sempre che non si picchia nessuno e poi mi picchi! Non è giusto!" Che dire? Aveva ragione. Perfettamente ragione. Glielo ho detto e mi sono scusata. E io non stavo male, non avevo la "scusa" di essere fuori controllo dal dolore.
Era solo il bisogno di sfogare la mia rabbia. Non c'era altro. Non è servito a niente. Non ha insegnato a mio figlio quello che volevo (cosa volevo? Non ricordo. Vedete? Immediatamente dopo il gesto, né io né lui ricordavamo cosa era successo. Quindi il colpo non è servito ad "educare"), ha insegnato a mio figlio solo che a volte gli adulti sono incoerenti.

Sono stanca, stufa, del "quando ci vuole ci vuole".
Del "allora lasciagli fare tutto" come se colpire fosse il solo modo per fermare qualcuno (quindi va bene se per fermare una persona che passa col rosso, la prendono a schiaffi? O gli sparano alle gomme? Se per fermare un ladro lo uccidiamo? Se colpiamo il collega che ha sbagliato a realizzare un lavoro?) o insegnare qualcosa (quindi quando un ragazzo sbaglia il compito di matematica o non ha fatto i compiti, l'insegnante può dargli un ceffone? Se io non becco la nota a scuola di canto, la mia insegnante può usare la bacchetta, come ai tempi del libro Cuore?)

Perfino gli animali non si educano con le botte.
Ogni educatore, addestratore serio vi dirà che per insegnare qualcosa al vostro cane, cavallo, gatto... non dovete colpirlo. Che nessun animale si educa con le botte, nemmeno quelle che "non fanno male" (il famoso giornale piegato). Pena, l'avere un animale psicologicamente disturbato. 
Eppure gli animali non capiscono il linguaggio. Non hanno la stessa intelligenza di un bambino. Ma ai bambini, invece, si continuano a dare sculaccioni perché "non capiscono". Ma se non capiscono, come possono capire uno schiaffo? E se invece rispondete che capiscono il perché dello schiaffo, non pensate che sarebbero capaci di capire anche il perché non vogliamo che facciano una certa cosa?
Ma se vediamo qualcuno colpire un cane ci indignamo. Se vediamo colpire un bambino diciamo "se l'è meritata, menomale che i genitori lo educano". E nessuno pensa che possano crescere psicologicamente fragili. I bambini vengono considerati meno degli animali, sembrerebbe...

Ma poi, come dice Antonella Sagone , perché riteniamo lecito colore colpire un bambino, ma solo in una certa fascia di età? Perché non riteniamo corretto, ad esempio, insegnare ad un neonato di otto mesi e non mordere il seno dando uno sculaccione? E perché non colpiamo il ventenne che torna tardi la sera? Perché ci scandalizziamo se vediamo colpire un anziano nella casa di riposo, o una donna dal compagno, ma non se vediamo colpire un bambino? 
E perché, se lo stesso "schiaffo educativo" lo somministra un'insegnante o un estraneo, lo denunciamo, ma se lo facciamo noi va bene? Il gesto è lo stesso e lo scopo pure.
È do questi giorni la notizia del tifoso che ha toccato il sedere ad una giornalista e che ha, giustamente, indignato la maggior parte delle persone. Si è detto che nessuno si può permettere di toccare un'altra persona senza il suo consenso, soprattutto nelle zone più intime. Si è detto che il gesto era da considerarsi violenza. E io sono d'accordo su ognuna di queste affermazioni. Ma allora, perché se toccare il sedere di una donna è violenza, colpire un bambino con lo scopo di fare male (perché se lo sculaccione non facesse male o comunque avesse un effetto di paura o intimidazione o umiliazione, non servirebbe allo scopo) non lo è? Eppure viene colpita sempre la stessa parte e anche con più forza. Ci sono poi le persone che hanno giudicato il gesto come una "goliardata", una cosa da nulla, uno scherzo, qualcosa di normale per un uomo, che hanno perfino fatto la colpa alla giornalista perché col suo abbigliamento "se l'è cercata". Ecco, non sarà che certi pensieri nascono da lontano, da una sculacciata che è considerata normale, non violenza, che il bambino "se l'è cercata"...? 

Perfino Gesù ha affermato, doppio essere stato schiaffeggiato: "se ho parlato male, mostrano dov'è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?" Eppure tanti cristiani continuano a pensare che lo sculaccione o lo schiaffo siano utili...

Vi prego, leggete questo articolo di Antonella https://antonellasagone.it/2021/11/27/leducazione-e-la-violenza-non-sono-compatibili/ e leggete il suo libro "La rivoluzione della tenerezza" e mettiamo fine a questo perpetuarsi di violenza. Non mi pare che "siamo venuti su bene", a giudicare dal mondo che abbiamo costruito (direi più "distrutto").

Dalla pagina del dott. Alberto Ferrando
Ma ai bambini, invece, si continuano a dare sculaccioni perché "non capiscono". Ma se non capiscono, come possono capire uno schiaffo? E se invece rispondete che capiscono il perché dello schiaffo, non pensate che sarebbero capaci di capire anche il perché non vogliamo che facciano una certa cosa?